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Cosa sono i primi mille giorni?

I primi mille giorni rappresentano un insieme di tappe evolutive di sviluppo, scoperte e nuove conoscenze per il bambino ma anche per la mamma che si ritrova a viverle insieme.

Il servizio di nutrizione ed educazione alimentare ” Cuore di Mamma – Nutrirsi insieme i primi giorni giorni” ha proprio l’obiettivo di guidare passo dopo passo le mamme, le future mamme e i genitori alla scoperta di cosa accade in queste tappe evolutive, di come farsi trovare pronti e di come poter essere aiutati nel compito di offrire ai propri bambini un’alimentazione sana e bilanciata.

“E’ più semplice costruire un bambino forte, che riparare un uomo rotto”

Questa è stata la frase che mi ha aperto un mondo, ed è anche la genesi e il perchè del servizio: la prevenzione.

I primi mille giorni infatti coprono un’ampia finestra temporale che va dalla gravidanza (in parte anche dal periodo pre-concezionale) passando per l’allattamento, lo svezzamento e infine arriva ai 2 anni e mezzo del bambino in cui è importante aver posto in famiglia le basi dell’educazione alimentare.

Dal 1° giorno di concepimento e giorno dopo giorno viene scritto il nostro futuro. Si comincia dal fetal programming, ovvero dalla programmazione fetale che avviene tra l’8° e la 10° settimana e stabilisce il destino e la funzionalità di ogni cellula del nuovo organismo in formazione: come funzionerà ogni organo, quali saranno le predisposizioni a patologie, quali saranno i benefici che ne trae, come si crea il gusto per gli alimenti ed è per questo che lo stile di vita e quindi l’alimentazione della mamma giocano un ruolo cruciale, ma anche lo stato emotivo della mamma è in grado di modulare la genetica e quindi il fetal programming del nascituro.

Lo svezzamento è la tappa che più mette in crisi, più difficile, più paurosa, è la tappa dove ogni genitore vorrebbe una guida, un elenco, un controllo, ma il senso dello svezzamento è LA SCOPERTA, la scoperta di nuovi alimenti, consistenze, gusti, sapori, azioni, coordinazione e così come il nostro bambino scopre la palla, il cane e impara a camminare in maniera attiva, così dovrebbe essere anche lo svezzamento, una scoperta attiva e graduale di consistenze, gusti e sapori tali da generare un comportamento alimentare sano e funzionale.

Sarà normale, e fa parte del gioco, in questa fase il rifiuto, le giornate difficili, i capricci l’assenza di tempo, così come sarà normale avere necessità di indicazioni su quando è preferibile iniziare, come, con quali alimenti, in che consistenze, come proporre un piatto ecc.

Segue la scelta e l’introduzione graduale di alimenti comuni al fine di mangiare tutti insieme a tavola, scelta che può essere effettuata in maniera consapevole avendo ogni singolo genitore una solida base di sana alimentazione:

“è meglio il fruttolo o lo yogurt greco?”

“quanto e come posso dare il fritto al mio bambino di 2 anni?”

” lo yogurt freddo farà male al mio bambino? devo lasciarlo a T° ambiente?

“mio figlio rifiuta tutte le verdure”

Potrei continuare all’infinito con le domande, le paure e la ricerca di una soluzione, ma ogni cosa va contestualizzata all’età, alla tipologia di alimentazione condotta e all’educazione in famiglia, a tale scopo infatti il servizio “Cuore di mamma” prevede proprio di insegnare ad ogni genitore in questa tappa come elaborare un menu settimanale adatto per tutta la famiglia.

Questo è solo l’inizio, avremo modo di approfondire ogni argomento nel dettaglio e in più ne parleremo insieme nel prossimo webinar in programma per venerdo 30 | 17:30 :

Scansionando il qr code potrai riservare il tuo posto!

Ti aspetto e alla prossima settimana!

a cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Strategie alimentari per supportare il corpo in condizioni di stress cronico

Quando si parla di cortisolo e stress cronico, il rischio è quello di cercare soluzioni drastiche o “diete speciali”. In realtà, l’approccio più efficace è spesso più semplice e allo stesso tempo più sottile: aiutare il corpo a percepire stabilità, sicurezza e disponibilità energetica costante. È proprio questa percezione che può contribuire a modulare la risposta allo stress e a ridurne gli effetti su fame, accumulo di grasso e ritenzione.

ATTENZIONE AI PASTI COMPLETI

Uno dei primi aspetti su cui intervenire riguarda la stabilità della glicemia. In condizioni di stress cronico, l’organismo è più sensibile agli sbalzi energetici: lunghi periodi senza mangiare o pasti composti prevalentemente da zuccheri semplici possono amplificare la risposta del cortisolo. Per questo motivo diventa utile costruire pasti completi, in cui fonti di carboidrati, di proteine, di fibre e di grassi convivono. Non si tratta di rigidità, ma di equilibrio: un piatto di pasta, ad esempio, cambia completamente impatto se viene accompagnato da un secondo piatto con contorno di verdure perché il rilascio energetico diventa più graduale e il senso di sazietà più duraturo.

LA QUOTA PROTEICA

In questo contesto, le proteine assumono un ruolo particolarmente importante. Lo stress cronico tende a spingere il corpo verso una condizione più catabolica, in cui la massa muscolare può essere progressivamente compromessa e la fame diventa più difficile da gestire. Inserire regolarmente fonti proteiche nei pasti principali aiuta non solo a preservare la massa magra, ma anche a migliorare la regolazione dell’appetito, riducendo la probabilità di arrivare ai momenti della giornata più vulnerabili — spesso la sera — con una fame difficile da controllare.

NON ELIMINARE PASTA E SIMILI

Un altro errore comune è quello di ridurre drasticamente i carboidrati nel tentativo di “controllare il peso”. In realtà, soprattutto in presenza di stress, una restrizione eccessiva può avere l’effetto opposto. I carboidrati, se scelti e distribuiti correttamente, svolgono un ruolo utile anche nella regolazione del sistema nervoso. Inserirli in modo equilibrato, privilegiando fonti meno raffinate e utilizzandoli strategicamente — ad esempio nel pasto serale — può favorire una maggiore sensazione di rilassamento e contribuire indirettamente alla qualità del sonno.

SUPPORTA LE FUNZIONI CEREBRALI e ABBATTI L’INFIAMMAZIONE

Accanto ai macronutrienti, anche la qualità dei grassi introdotti con la dieta ha un impatto rilevante. I grassi insaturi, in particolare quelli ricchi di omega-3, sono associati a un miglior supporto delle funzioni cerebrali e a una modulazione dei processi infiammatori che tendono ad aumentare in condizioni di stress cronico. Integrare regolarmente alimenti come pesce, frutta secca e olio extravergine di oliva non è una strategia “miracolosa”, ma rappresenta un tassello importante in un contesto più ampio di equilibrio metabolico.

NON DIMENTICARE IL MAGNESIO

Un elemento spesso sottovalutato è il ruolo dei micronutrienti, in particolare del magnesio. Lo stress cronico ne aumenta il consumo e una sua carenza può riflettersi su diversi aspetti, tra cui la qualità del sonno, la tensione muscolare e la reattività allo stress. Più che ricorrere immediatamente all’integrazione, può essere utile aumentare la presenza nella dieta di alimenti naturalmente ricchi di questo minerale, come verdure a foglia verde, legumi e frutta secca.

IL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

Parallelamente agli aspetti nutrizionali più “strutturali”, è fondamentale considerare il comportamento alimentare. In condizioni di stress, il modo in cui si mangia può diventare tanto rilevante quanto cosa si mangia. È frequente, ad esempio, arrivare ai pasti in uno stato di fame intensa dopo ore senza alimentarsi, oppure utilizzare il cibo come risposta a stati emotivi. Creare una maggiore regolarità, concedersi pause per mangiare con attenzione e ridurre le situazioni di alimentazione impulsiva sono interventi semplici ma spesso decisivi.

Anche l’idratazione gioca un ruolo più importante di quanto si possa pensare. Una scarsa assunzione di liquidi può contribuire ad aumentare la ritenzione idrica, creando un paradosso per cui si beve meno proprio quando si percepisce gonfiore. Mantenere un’idratazione adeguata e, allo stesso tempo, limitare l’eccesso di alimenti altamente processati e ricchi di sodio può aiutare a migliorare l’equilibrio dei fluidi corporei.

Un discorso a parte merita la caffeina. In molte routine stressanti diventa uno strumento quasi automatico per sostenere l’energia, ma se consumata in modo eccessivo o in momenti poco strategici — come a digiuno o nelle ore serali — può amplificare la risposta del cortisolo e interferire con il sonno. Non è necessario eliminarla, ma imparare a gestirla in modo più consapevole può fare una differenza significativa.

Infine, il ritmo dei pasti e la loro distribuzione nella giornata si collegano direttamente al ritmo circadiano del cortisolo. Mangiare in modo irregolare, concentrare gran parte dell’apporto calorico nelle ore serali o saltare sistematicamente pasti può contribuire a mantenere il corpo in uno stato di “allerta”. Al contrario, una certa regolarità aiuta a ristabilire segnali prevedibili per l’organismo, favorendo un assetto più stabile.

In sintesi, l’alimentazione in condizioni di stress cronico non deve essere vista come un insieme di regole rigide, ma come uno strumento per inviare al corpo segnali di stabilità. Non si tratta solo di calorie o macronutrienti, ma del contesto in cui il corpo si trova a vivere: più questo contesto diventa prevedibile e bilanciato, più è possibile ridurre l’impatto del cortisolo su fame, composizione corporea e benessere generale.

A cura di Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Allergeni nello svezzamento: quando introdurli e perché oggi non si aspetta più

Per molti anni ai genitori è stato detto di “ritardare” gli alimenti allergenici durante lo svezzamento. Uovo dopo l’anno, pesce più tardi, arachidi addirittura dopo i 3 anni.

Oggi però la ricerca scientifica ci racconta una storia diversa: introdurre gli allergeni nei tempi giusti, e non troppo tardi, potrebbe aiutare a ridurre il rischio di sviluppare allergie alimentari.  

In questo articolo vedremo:

  • quali sono i principali allergeni;
  • quando introdurli;
  • come offrirli in sicurezza;
  • quali segnali osservare;
  • e quali falsi miti è meglio lasciare andare.

COSA SONO GLI ALLERGENI ?

Gli allergeni sono proteine presenti in alcuni alimenti che, in soggetti predisposti, possono provocare una reazione del sistema immunitario.

Nei bambini, gli allergeni più comuni sono:

  • latte vaccino;
  • uovo;
  • arachidi;
  • frutta a guscio;
  • pesce;
  • crostacei;
  • soia;
  • grano;
  • sesamo.  

NON SERVE RITARDARE GLI ALLERGENI

Le linee guida più recenti della  American Academy of Pediatrics e degli specialisti in allergologia pediatrica non raccomandano più di rimandare l’introduzione degli allergeni nei bambini sani.  

Anzi, alcune evidenze mostrano che l’introduzione precoce di alimenti come uovo e arachidi durante il primo anno di vita può ridurre il rischio di allergia alimentare.  

Questo vale soprattutto per:

  • uovo;
  • arachidi.

Gli studi più importanti, come il LEAP study, hanno cambiato radicalmente il modo in cui i pediatri affrontano oggi lo svezzamento.  

QUANDO INTRODURRE GLI ALLERGENI

Nella maggior parte dei bambini:

  • gli allergeni possono essere introdotti intorno ai 6 mesi;
  • quando il bambino mostra i segnali di prontezza allo svezzamento;
  • senza dover aspettare mesi tra un alimento e l’altro.  

Per alcuni bambini ad alto rischio allergico — ad esempio con eczema severo o allergia all’uovo già diagnosticata — il pediatra potrebbe consigliare un’introduzione controllata e più precoce delle arachidi, anche tra i 4 e i 6 mesi.  

COME INTRODURRE GLI ALLERGENI IN SICUREZZA

1. Scegli un momento tranquillo: Meglio a pranzo o al mattino, evitando la sera, in questo modo sarà più facile osservare eventuali sintomi.

2. Inizia con piccole quantità

  • mezzo cucchiaino di yogurt;
  • un pezzetto di uovo ben cotto;
  • crema 100% di arachidi diluita.

3. Offri il cibo in maniera sicura: Attenzione soprattutto al rischio di soffocamento.

Esempi:

  • niente frutta secca intera;
  • niente cucchiai di burro d’arachidi denso;
  • sì a creme lisce diluite o polveri mescolate ad altri alimenti.  

4. Continua a proporlo nel tempo : Una volta tollerato, l’alimento dovrebbe rientrare nella dieta abituale del bambino.
La continuità sembra avere un ruolo importante nel mantenimento della tolleranza immunitaria.  

Cosa conta davvero ?

  • Attendi almeno due giorni prima introdurre un nuovo allergene
  • Introduci un nuovo alimento in piccola quantità
  • offrilo in una forma sicura
  • osservare eventuali reazioni.

QUALI REAZIONI OSSERVARE ?

Le reazioni allergiche possono comparire entro pochi minuti o fino a circa due ore dopo il pasto.

I sintomi più comuni sono:

  • orticaria;
  • rossore;
  • gonfiore di labbra o occhi;
  • vomito;
  • tosse persistente;
  • difficoltà respiratoria.

In caso di sintomi importanti o difficoltà respiratoria bisogna contattare immediatamente i soccorsi.  

E SE IN FAMIGLIA CI SONO ALLERGIE ?

La presenza di allergie in famiglia non significa automaticamente che il bambino svilupperà allergie alimentari.

Tuttavia, nei bambini con:

  • eczema severo;
  • allergie già note;
  • forte rischio atopico,

è importante confrontarsi con il pediatra o con un allergologo pediatrico prima dell’introduzione di alcuni allergeni, in particolare arachidi.  

Lo svezzamento non deve trasformarsi in una corsa piena di paura.

Le conoscenze scientifiche più recenti ci dicono che:

  • gli allergeni non vanno evitati senza motivo;
  • non serve rimandarne l’introduzione nei bambini sani;
  • offrirli in modo graduale e sicuro è oggi l’approccio raccomandato.  

Con serenità, osservazione e il supporto del proprio pediatra, anche il tema allergeni può diventare una parte normale dell’alimentazione complementare.

A cura di Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Cortisolo, stress cronico e cambiamenti corporei: dalla fisiologia all’alterazione metabolica

Il cortisolo è il principale ormone glucocorticoide prodotto dalla corteccia surrenalica ed è centrale nella regolazione della risposta allo stress. In condizioni fisiologiche, rappresenta un mediatore essenziale dell’adattamento: consente all’organismo di affrontare situazioni acute di pericolo o richiesta energetica elevata, modulando il metabolismo, la funzione immunitaria e l’attività cognitiva. Tuttavia, quando lo stress diventa persistente, lo stesso sistema che garantisce la sopravvivenza può contribuire a una serie di alterazioni metaboliche e comportamentali, con effetti evidenti sulla composizione corporea e sulle abitudini alimentari.

La risposta acuta allo stress: un meccanismo adattativo

La risposta allo stress si basa principalmente sull’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), un sistema finemente regolato che coordina il rilascio di cortisolo. In presenza di uno stimolo stressante, l’ipotalamo secerne CRH (corticotropin-releasing hormone), che stimola l’ipofisi a rilasciare ACTH (adrenocorticotropic hormone), a sua volta responsabile della secrezione di cortisolo da parte delle ghiandole surrenali. In questo contesto, il cortisolo svolge una funzione chiaramente adattativa. Favorisce l’aumento della glicemia attraverso processi come la gluconeogenesi, rende disponibili rapidamente substrati energetici e migliora lo stato di vigilanza. Allo stesso tempo, modula temporaneamente la risposta immunitaria e ottimizza le funzioni cardiovascolari. Questo assetto fisiologico è progettato per essere transitorio: una volta cessato lo stimolo, il sistema torna in equilibrio grazie a un meccanismo di feedback negativo.

Un aspetto fondamentale è il ritmo circadiano del cortisolo, caratterizzato da un picco nelle prime ore del mattino e da una progressiva riduzione nel corso della giornata. Questo ritmo è strettamente collegato al ciclo sonno-veglia e contribuisce alla regolazione del metabolismo energetico.

Dallo stress acuto allo stress cronico: perdita di regolazione

Quando gli stimoli stressanti diventano cronici, come nel caso di pressioni lavorative prolungate, difficoltà relazionali, disturbi del sonno o condizioni di ansia persistente, l’asse HPA può perdere la sua capacità di autoregolazione. L’attivazione continua porta a una secrezione di cortisolo prolungata nel tempo o, in alcuni casi, a una risposta disorganizzata con alterazioni del ritmo circadiano.

Questo stato viene spesso descritto attraverso il concetto di “carico allostatico”, che rappresenta il costo biologico dell’adattamento prolungato allo stress. L’organismo, esposto a stimoli continui, entra in una condizione di usura funzionale che coinvolge sistemi endocrini, metabolici e nervosi.

Nel lungo periodo, tali alterazioni non si limitano alla sfera ormonale, ma influenzano profondamente il comportamento alimentare, la distribuzione del tessuto adiposo e l’equilibrio dei fluidi corporei.

Cortisolo e comportamento alimentare

Uno degli effetti più evidenti dello stress cronico riguarda la regolazione dell’appetito. Il cortisolo interagisce con diversi segnali metabolici e neuroendocrini, tra cui leptina e insulina, contribuendo a modificare la percezione della fame e della sazietà.

In condizioni di stress prolungato, si osserva frequentemente un aumento dell’appetito, accompagnato da una preferenza per alimenti ad alta densità energetica, ricchi di zuccheri e grassi. Questo fenomeno non è puramente comportamentale, ma riflette un adattamento biologico: il corpo, percependo uno stato di “minaccia”, tende a ricercare rapidamente energia disponibile.

A ciò si aggiunge una componente emotiva e cognitiva. Lo stress può favorire comportamenti alimentari disfunzionali, come l’alimentazione emotiva o la perdita di controllo, contribuendo a un circolo vizioso in cui il cibo diventa una risposta allo stato interno piuttosto che a un reale fabbisogno energetico.

Effetti sulla composizione corporea: accumulo di adipe

Le alterazioni dell’asse HPA si riflettono in modo significativo sulla composizione corporea. Il cortisolo, infatti, non solo influenza quanto si mangia, ma anche come l’energia viene utilizzata e immagazzinata.

Uno degli aspetti più rilevanti è la tendenza all’accumulo di grasso viscerale, localizzato nella regione addominale. Questo tipo di adiposità è metabolicamente attivo ed è associato a un aumento del rischio cardiometabolico. A livello cellulare, l’eccesso di cortisolo favorisce la differenziazione degli adipociti e l’accumulo lipidico, oltre a interferire con l’azione dell’insulina, contribuendo allo sviluppo di insulino-resistenza.

Parallelamente, si osserva un aumento del catabolismo proteico, che può portare a una riduzione della massa muscolare. Questo squilibrio tra massa grassa e massa magra contribuisce ulteriormente al deterioramento del metabolismo energetico.

Ritenzione idrica e percezione corporea

Oltre all’accumulo di adipe, lo stress cronico può influenzare anche l’equilibrio idrico. Il cortisolo possiede una certa attività mineralcorticoide, che può favorire il riassorbimento di sodio e, di conseguenza, di acqua. Questo può tradursi in una maggiore ritenzione idrica e in una sensazione di gonfiore, spesso percepita a livello addominale o degli arti inferiori.

Questa componente è particolarmente rilevante dal punto di vista soggettivo, poiché può amplificare la percezione di aumento di peso anche in assenza di variazioni significative della massa grassa.

Il ruolo del sonno: un fattore centrale

Il sonno rappresenta un elemento chiave nell’equilibrio del sistema HPA. La privazione o la scarsa qualità del sonno sono associate a un aumento dei livelli di cortisolo e a una maggiore disregolazione metabolica. Allo stesso tempo, lo stress stesso può compromettere il sonno, creando un circuito di reciproco rinforzo questo contribuisce ad aumentare l’appetito, alterare la sensibilità insulinica e favorire l’accumulo di grasso, rendendo il sonno un fattore determinante nella relazione tra stress e composizione corporea.

Il cortisolo è un ormone essenziale per l’adattamento allo stress acuto, ma la sua attivazione cronica rappresenta un fattore di rischio significativo per la salute metabolica. Le evidenze scientifiche indicano che lo stress prolungato non agisce solo attraverso un aumento dell’introito calorico, ma attraverso una complessa rete di meccanismi che coinvolgono regolazione ormonale, comportamento alimentare e distribuzione del tessuto adiposo.

L’impatto dello stress sulla composizione corporea non può quindi essere compreso in modo riduzionista. Piuttosto, richiede una visione integrata che consideri il ruolo del sistema neuroendocrino, della qualità del sonno e delle abitudini quotidiane. In questo contesto, la gestione dello stress diventa un elemento centrale non solo per il benessere psicologico, ma anche per il mantenimento di un equilibrio metabolico sano.

Nel prossimo articolo approfondiremo come alcune scelte alimentari possono essere più funzionali di altre.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Fertilità e stile di vita: i fattori invisibili che la sabotano

Negli ultimi decenni, la fertilità umana è stata influenzata da una combinazione complessa di fattori ambientali, metabolici e comportamentali. Le evidenze scientifiche suggeriscono che non si tratti di un singolo elemento, ma di un’interazione tra esposizioni croniche e stile di vita che può compromettere la funzione riproduttiva sia maschile che femminile.

Inquinanti ambientali ed interferenti endocrini

Gli inquinanti ambientali, in particolare gli interferenti endocrini (EDCs), agiscono mimando o bloccando gli ormoni naturali. Questo altera l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi, fondamentale per la fertilità.  

Questi composti includono:

  • Bisfenolo A (BPA)
  • Ftalati
  • Pesticidi
  • Metalli pesanti
  • Microplastiche

Gli effetti principali sono: l’incremento dello stress ossidativo con conseguente danno al DNA, alterazioni epigenetiche e disfunzioni ormonali.

Le evidenze mostrano che l’esposizione a contaminanti ambientali è associata nella donna a:

  • riduzione della riserva ovarica
  • alterazioni del ciclo mestruale
  • anovulazione
  • ridotta capacità di impianto embrionale  

in quanto gli EDC possono interferire direttamente con estrogeni e progesterone, compromettendo la qualità degli ovociti e accelerando l’invecchiamento ovarico.  

Nell’uomo invece l’esposizione a inquinanti è associata a:

  • riduzione della concentrazione spermatica
  • diminuzione della motilità
  • aumento della frammentazione del DNA spermatico  

Infatti Ftalati e pesticidi mostrano associazioni particolarmente forti con alterazioni della qualità seminale.

Gli inquinanti ambientali sono oggi considerati fattori modificabili rilevanti nella riduzione della fertilità globale, con effetti cumulativi e spesso silenziosi.  

Disordini metabolici

Il metabolismo energetico è strettamente legato alla funzione riproduttiva. Condizioni come: insulino-resistenza, obesità e sindrome metabolica alterano profondamente l’equilibrio ormonale.

Nella donna, l’insulino-resistenza:

  • aumenta gli androgeni
  • interferisce con la maturazione follicolare
  • favorisce condizioni come PCOS

Questo porta a cicli irregolari, ovulazione disfunzionale e quindi ridotta fertilità

Nell’uomo, con tendenza al sovrappeso e obesità il tessuto adiposo agisce come organo endocrino:

  • converte testosterone in estrogeni (aromatasi)
  • aumenta infiammazione sistemica

Di Conseguenza si osserva: una riduzione del testosterone, un peggioramento della spermatogenesi e una diminuzione della qualità spermatica

E’ importante sottolineare che metabolismo e ambiente sono interconnessi: gli inquinanti possono peggiorare lo stato metabolico, amplificando l’impatto sulla fertilità.  

Alimentazione e fertilità

La fertilità dipende da un adeguato apporto di:

  • micronutrienti (zinco, folati, vitamina D)
  • acidi grassi essenziali
  • antiossidanti

Una dieta squilibrata porta a:

  • stress ossidativo
  • infiammazione cronica
  • alterazioni ormonali

Nella donna un’alimentazione ricca di zuccheri e ultra-processati:

  • peggiora la qualità degli ovociti
  • altera l’ambiente follicolare
  • riduce il successo dell’impianto

Nell’uomo invece una dieta non equilibrata è associata a:

  • ridotta motilità degli spermatozoi
  • aumento del danno ossidativo
  • alterazioni morfologiche
  • Un aspetto spesso sottovalutato è che molti alimenti sono anche veicoli di esposizione a EDC (es. plastica, pesticidi), creando un doppio impatto negativo.

Cattive abitudini e stile di vita

Lo stile di vita, inteso come la modalità con cui interpretiamo la nostra vita puó dipendere da diversi Fattori, i principali includono: fumo, alcol, stress cronico, privazione di sonno e sedentarietà

nella donna si osserva :

  • alterazione dell’asse ormonale
  • disfunzioni ovulatorie
  • aumento cortisolo → interferenza con estrogeni e progesterone

nell’uomo invece è compatibile con la:

  • riduzione qualità spermatica
  • aumento stress ossidativo
  • riduzione testosterone

Il punto cruciale emerso dalla letteratura è che questi fattori non agiscono isolatamente, ma in modo sinergico se ad esempio una persona:

  • segue una dieta scorretta → peggiora metabolismo
  • con un metabolismo alterato → aumenta vulnerabilità agli inquinanti
  • l’esposizione ad inquinanti → amplifica disfunzioni ormonali

Questo crea un circolo vizioso che può compromettere la fertilità nel tempo.

La fertilità non è un evento casuale, ma il risultato di un equilibrio complesso tra:

  • ambiente
  • metabolismo
  • nutrizione
  • stile di vita

Le evidenze scientifiche indicano che intervenire su questi fattori può rappresentare una leva concreta e modificabile per migliorare la salute riproduttiva, sia maschile che femminile.

Quale tra questi fattori pensi possa maggiormente impattare la tua fertilità?

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Acqua e svezzamento: quanto deve bere davvero un bambino?

Uno dei dubbi più frequenti quando si avvia lo svezzamento riguarda l’acqua: molti genitori si preoccupano perché il proprio bambino sembra berne poca o addirittura rifiutarla. In realtà, nella maggior parte dei casi, questa situazione è del tutto normale e non rappresenta un problema clinico.

Acqua e latte

Quando si introducono i primi alimenti solidi, intorno ai sei mesi, è corretto iniziare a offrire anche l’acqua. Tuttavia, è fondamentale comprendere che in questa fase il latte — materno o formulato — continua a essere la principale fonte di idratazione. Il latte materno, ad esempio, è composto in larga parte da acqua e riesce a coprire efficacemente il fabbisogno idrico del lattante. Anche dopo l’inizio dello svezzamento, l’apporto di liquidi non deriva solo da ciò che il bambino beve dal bicchiere, ma anche dal latte e dagli alimenti stessi. Questo significa che valutare l’idratazione esclusivamente in base ai sorsi d’acqua può portare a conclusioni fuorvianti.

Imparare a bere: è solo questione di pratica

Un altro aspetto spesso sottovalutato è che bere non è un gesto immediato né istintivo quanto la suzione: sorseggiare da un bicchiere richiede coordinazione, controllo motorio e un vero e proprio apprendimento. Durante lo svezzamento, il bambino sta già affrontando numerose nuove competenze, come gestire consistenze diverse e utilizzare il cucchiaino. È quindi del tutto fisiologico che all’inizio l’acqua venga più “esplorata” che realmente bevuta, con fuoriuscite, tentativi goffi e quantità minime ingerite. Questo non indica un’incapacità, ma un processo di acquisizione graduale.

Quando offrire l’acqua?

Dal punto di vista pratico, l’acqua può essere proposta fin dai primi pasti, inizialmente anche con un cucchiaino e successivamente con un piccolo bicchiere, aiutando il bambino ad avvicinarlo alle labbra. L’obiettivo, in questa fase, non è la quantità ma l’esperienza: familiarizzare con il gesto del bere. Offrirla con regolarità, sia durante sia fuori dai pasti, permette al bambino di esercitarsi senza pressioni. Con il tempo, la competenza migliora spontaneamente.

Non dimenticare la capacità di autoregolazione del tuo bambino

Un elemento rassicurante, supportato dalle evidenze scientifiche, è la capacità di autoregolazione del bambino. I lattanti sani sono in grado di modulare spontaneamente l’assunzione di liquidi in base ai propri bisogni. Questo significa che un bambino che cresce adeguatamente e si alimenta con il latte non necessita di essere forzato a bere acqua. Anzi, insistere può risultare controproducente, interferendo con i naturali segnali di fame e sazietà e trasformando un apprendimento in un momento di tensione.

Quale acqua scegliere?

Per quanto riguarda la scelta dell’acqua, in Italia quella del rubinetto è generalmente sicura e sottoposta a controlli rigorosi. Solo in presenza di specifiche criticità, come tubature molto vecchie o indicazioni comunali, può essere opportuno orientarsi su acque in bottiglia, preferibilmente a basso contenuto di sali minerali e nitrati e con basso residuo fisso (50mg/L)

In conclusione, durante lo svezzamento l’acqua rappresenta un elemento importante ma non prioritario rispetto al latte. Il fatto che un bambino beva poco all’inizio è una fase fisiologica, legata sia all’apprendimento motorio sia al fatto che il fabbisogno idrico è già ampiamente coperto. Offrire acqua con serenità, senza aspettative rigide, e lasciare spazio alla gradualità dell’apprendimento è la strategia più efficace. Anche quei piccoli vestiti bagnati e qualche goccia che scivola sul mento fanno parte, semplicemente, del percorso di crescita.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

La perdita di peso non è lineare: adattamenti fisiologici e regolazione energetica

La perdita di peso viene spesso rappresentata come un processo lineare, ma non è così!

Una riduzione costante dell’energia introdotta comporta una riduzione proporzionale del peso corporeo nel tempo. Tuttavia, questa rappresentazione è una semplificazione di un fenomeno biologico altamente complesso. Il corpo umano possiede sofisticati sistemi di regolazione energetica che tendono a difendere l’equilibrio e la stabilità del peso corporeo, attraverso modificazioni metaboliche, endocrine e comportamentali. Per questo motivo, il dimagrimento reale è tipicamente caratterizzato da fasi di calo, rallentamento e plateau, piuttosto che da una diminuzione lineare e prevedibile del peso.

Il peso corporeo inoltre è regolato da un sistema integrato che coinvolge: il sistema nervoso centrale (ipotalamo), il tessuto adiposo e gli ormoni gastrointestinali: la leptina, la grelina e l’insulina che svolgono un ruolo centrale nella comunicazione tra tessuto adiposo, sistema digestivo e cervello, regolando fame, sazietà e metabolismo.  

Questi sistemi coordinano l’apporto energetico, il dispendio energetico e la composizione corporea.

Perché la perdita di peso non è lineare?

La non linearità della perdita di peso deriva da diversi fattori fisiologici che modificano la relazione tra deficit energetico e variazione del peso corporeo.

I principali sono:

adattamenti metabolici

modificazioni ormonali

cambiamenti nella composizione corporea

variazioni del dispendio energetico spontaneo

Questi fenomeni rendono la relazione tra calorie ingerite e peso corporeo dinamica e dipendente dal tempo. Uno dei fenomeni più documentati nella letteratura scientifica è l’adattamento metabolico (metabolic adaptation o adaptive thermogenesis). Durante la perdita di peso si osserva spesso una riduzione del metabolismo basale superiore a quella prevista dalla sola perdita di massa corporea, in sostanza il corpo consuma meno energia di quanto ci si aspetterebbe sulla base del nuovo peso. Questa risposta fisiologica rappresenta un meccanismo evolutivo di difesa contro la perdita di energia.

Studi longitudinali mostrano che l’adattamento metabolico può essere associato anche a un aumento del senso di fame e del desiderio di mangiare, suggerendo un’integrazione tra regolazione metabolica e controllo dell’appetito.  

Cambiamenti ormonali durante la perdita di peso

La restrizione energetica induce importanti cambiamenti endocrini che tendono a favorire il recupero del peso. Tra i principali:

Leptina: prodotta dal tessuto adiposo e segnala al cervello la quantità di energia immagazzinata. Quando la massa grassa diminuisce: i livelli di leptina si riducono e il cervello interpreta questo segnale come deficit energetico con conseguente aumento della fame e riduzione del dispendio energetico. Esperimenti su pazienti con deficit di leptina mostrano che la normalizzazione di questo ormone può prevenire parte della riduzione del dispendio energetico dopo perdita di peso.

Grelina: è spesso definita “ormone della fame”. Durante la perdita di peso: i livelli di grelina tendono ad aumentare e aumenta la motivazione a mangiare. Uno studio clinico ha dimostrato che la perdita di peso modifica i ritmi di secrezione di leptina e grelina, contribuendo alla regolazione dell’appetito durante il dimagrimento.  

Insulina: La perdita di peso migliora generalmente la sensibilità insulinica, ma le variazioni di questo ormone da sole non sono sufficienti a predire il recupero del peso, suggerendo che la regolazione energetica è multifattoriale.  

Cambiamenti nel dispendio energetico

Il dispendio energetico totale (Total Energy Expenditure) è composto da: Metabolismo basale (RMR), Termogenesi indotta dalla dieta, Attività fisica volontaria e NEAT (Non-Exercise Activity Thermogenesis). Durante la perdita di peso si osservano spesso:

• riduzione del metabolismo basale

• maggiore efficienza energetica nei movimenti

• riduzione spontanea dell’attività fisica quotidiana (NEAT)

Questi adattamenti contribuiscono a ridurre progressivamente il deficit energetico iniziale.

Perche arriva il Plateau di peso?

Il cosiddetto plateau di peso rappresenta una fase in cui il peso corporeo si stabilizza temporaneamente. Le cause principali includono proprio : adattamento metabolico, riduzione del dispendio energetico, aumento dell’appetito e modificazioni comportamentali, tutti i fattori precedente citati.

Questi plateau non indicano necessariamente un fallimento dell’intervento dietetico, ma piuttosto la necessità di una transizione verso un nuovo equilibrio energetico.

Non dimentichiamo che siamo tutti diversi:

Un elemento cruciale evidenziato dalla letteratura è la grande variabilità individuale nella risposta alla perdita di peso. I fattori che influenzano questa variabilità includono: la genetica, la massa muscolare, la composizione corporea iniziale, le abitudini alimentari, la qualità del sonno, i livelli di stress e microbiota intestinale

Di conseguenza, due individui sottoposti allo stesso deficit calorico possono presentare traiettorie di perdita di peso molto diverse, pertanto non sottovalutare ognuno di questi aspetti nel momento in cui osservi un plateau nella perdita di peso.

Comprendere la natura non lineare del dimagrimento ha importanti implicazioni nella pratica clinica e nella gestione del peso in quanto aiuta a ridurre aspettative irrealistiche, permette di interpretare correttamente i plateau, supporta strategie dietetiche più sostenibili, sottolinea l’importanza della continuità comportamentale nel lungo periodo.

La perdita di peso non dovrebbe quindi essere interpretata come un processo meccanico, ma come una dinamica fisiologica adattativa.

La perdita di peso è il risultato di un’interazione complessa tra deficit energetico, regolazione ormonale, adattamenti metabolici e comportamenti alimentari. Questi meccanismi rendono il dimagrimento un processo intrinsecamente non lineare, caratterizzato da adattamenti fisiologici che tendono a stabilizzare il peso corporeo. Comprendere questa complessità è essenziale poiché permette di interpretare correttamente le variazioni del peso corporeo e sviluppare strategie più efficaci per la gestione della perdita di peso.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Nutrizione Funzionale e Dieta Antinfiammatoria nella gestione dell’Infiammazione Cronica: oltre il sintomo verso la causa

Dolore, stanchezza, nebbia mentale, gonfiore, quante volte hai provato questi sintomi e pensato solo di spegnerli e silenziarli? e quante volte hai pensato invece di comprenderne la causa?

L’infiammazione è una risposta immunitaria fondamentale che, quando acuta, protegge l’organismo da agenti aggressivi. Tuttavia, quando si protrae in modo subdolo e persistente – definita infiammazione cronica di basso grado o infiammazione silenziosadiventa un importante fattore patogenetico di numerose malattie croniche non trasmissibili, incluse cardiopatie, diabete di tipo 2, obesità, malattie autoimmuni, disordini metabolici e ormonali e malattie intestinali infiammatorie.  

La nutrizione funzionale si concentra su come i nutrienti e i componenti bioattivi degli alimenti influenzino i processi metabolici e immunitari nell’organismo, mirando non solo alla gestione dei sintomi ma alla modificazione delle cause biologiche sottostanti, attivando meccanismi cellulari tali da spegnere l’infiammazione 

Quai sono i sintomini dell’Infiammazione Cronica Silenziosa?

L’infiammazione cronica può essere considerata “silenziosa” perché non sempre causa sintomi acuti evidenti. Tuttavia è associata a una gamma di manifestazioni cliniche:

• Affaticamento persistente e malessere generale

Dolore articolare e muscolare cronico

Alterazioni del sonno

Disturbi gastrointestinali (come sindrome dell’intestino irritabile)

Alterazioni metaboliche (insulino-resistenza, aumento dei parametri lipidici)

Sbalzi di umore e sintomi neuroinfiammatori  

Questi sintomi si generano spesso da un rilascio continuo di citochine pro-infiammatorie (come TNF-α, IL-6, IL-1β) che influenzano sia i tessuti periferici sia segnali metabolici centrali.  

Lo strumento a nostra disposizione: La Nutrizione Funzionale

Gli alimenti definiti funzionali contengono nutrienti e composti bioattivi (polifenoli, flavonoidi, acidi grassi ω-3, fibre prebiotiche, probiotici) che influenzano direttamente le vie di segnalazione immunitaria e metabolica.  

Questi componenti esercitano effetti biologici che includono:

Riduzione dei marcatori pro-infiammatori (es. PCR, TNF-α)

Modulazione delle citochine anti-infiammatorie

Supporto alla funzione della barriera intestinale e al microbiota

Riduzione dello stress ossidativo e della disfunzione metabolica  

I benefici sistemici della Dieta Antinfiammatoria:

Trovare la causa di un sintomo significa agire a 360° quindi in maniera sistemica è necessario riequilibrare tutti i sistemi coinvolti che risultano alterati (equilibrio ormonale, ritmo sonno-veglia, equilibrio intestinale, reattività del sistema immunitario ecc)

Numerose revisioni sistematiche mostrano che modelli alimentari, come anche la dieta mediterranea, ad alto contenuto di frutta, verdura, legumi, olio d’oliva e pesce, portano a riduzioni significative dei biomarcatori dell’infiammazione, inclusi PCR e citochine correlate.

Inoltre una dieta ricca di fibre promuove un microbiota intestinale più diversificato, favorendo la produzione di acidi grassi a catena corta con proprietà anti-infiammatorie che modulano l’immunità sistemica.  

Alimenti con proprietà anti-infiammatorie, come tè verde, curcuma, semi di lino, frutti di bosco e pesce ricco di ω-3, hanno dimostrato di influenzare positivamente gli indicatori di infiammazione e metabolismo in studi clinici e preclinici.  

Una revisione di interventi alimentari sulla modulazione di citochine infiammatorie ha evidenziato che modelli dietetici ben strutturati riducono significativamente molecole pro-infiammatorie, suggerendo un effetto terapeutico oltre il semplice sollievo sintomatico.  

Considerate le evidenze scientifiche, se ti identifichi nei sintomi non tamporarli ma trova la causa e supporta correttamente il tuo per aiutarlo a ritrovare il suo equilibrio.

Nutrizione Funzionale vs Approccio Sintomatico

La cura convenzionale si concentra spesso sul controllo dei sintomi acuti (antidolorifici, antinfiammatori) senza agire sulle cause biologiche profonde dell’infiammazione cronica.

In contrasto, la nutrizione funzionale:

Mira a modulare l’immunità e il metabolismo

Favorisce la riparazione tissutale

Riduce lo stress ossidativo

Migliora l’equilibrio microbico intestinale

Queste modifiche riducono l’intensità e la persistenza dell’infiammazione sistemica, con effetti potenzialmente duraturi sul decorso della malattia.  

Le evidenze attuali indicano che integrare alimenti funzionali anti-infiammatori può rappresentare una strategia preventiva e terapeutica complementare nella gestione delle condizioni infiammatorie croniche.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Sonno e alimentazione: un binomio inscindibile nei primi due anni

Il sonno e l’alimentazione nei bambini si influenzano a vicenda fin dai primi giorni di vita. Un bambino che dorme poco o male potrebbe avere più difficoltà nella regolazione dell’appetito, così come un’alimentazione inadeguata può disturbare la qualità del sonno. Osserviamo insieme in relazione alle tappe di crescita

0-6 mesi: ritmi immaturi e bisogni primari

Il neonato si sveglia spesso, principalmente per nutrirsi. Il sonno è polifasico (tanti sonnellini brevi) e la fame è uno stimolo dominante. È normale che si svegli ogni 2-4 ore per poppare. L’ allattamento (al seno o artificiale) è spesso associato al sonno: molti si addormentano durante la poppata.

Consiglio: Favorisci un’alimentazione a richiesta, evita stimoli forti prima di dormire e creare una routine anche solo con luci e suoni ovattati può garantire un sonnellino di qualità.

6-12 mesi: svezzamento e primi ritmi

È il momento in cui inizia lo svezzamento e l’introduzione dei cibi solidi può influenzare il sonno. Alcuni bambini mostrano disturbi del sonno (risvegli notturni frequenti) legati a digestione difficile, fame residua o ricerca di comfort.

Il ruolo delle poppate notturne inizia a cambiare, ma ogni bambino ha tempi diversi.

Attenzione: introdurre nuovi cibi gradualmente e in orari che non interferiscano con il sonno. Evitare eccessi di zuccheri o cibi pesanti a cena.

12-24 mesi: consolidamento dei ritmi

Si stabilizzano i pasti principali e i sonnellini, i bambini possono iniziare a rifiutare cibi o avere fasi di “inappetenza fisiologica” legate allo sviluppo. Anche i “no” a tavola possono riflettersi in un sonno disturbato per fame o disagio emotivo.

Strategia: offrire pasti nutrienti e rassicuranti, mantenere una routine serale prevedibile. No a coercizioni a tavola che aumentano ansia e interferiscono con il sonno.

Un’alimentazione equilibrata, adeguata ai bisogni del bambino e distribuita in modo corretto nella giornata, può aiutare a favorire un sonno sereno. Allo stesso tempo, rispettare i tempi di sonno e veglia del bambino supporta un’alimentazione più regolare e meno conflittuale.

Segui la diretta in programma Lunedì 26 alle 20:30 per approfondire insieme l’argomento e porre le tue domande. Attiva il promemoria.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Il cibo come rifugio: la via facile ma non quella che cura davvero

Tutti, almeno una volta, abbiamo cercato nel cibo una tregua: dopo una giornata storta, un litigio in famiglia, uno stress sul lavoro o una paura che ci attanaglia dentro. Quel piatto preferito — un dolce, un cibo comfort, una porzione abbondante — sembra dare calore, sicurezza, sollievo ma a volte, basta.  

Il cibo diventa un riparo con un senso: rassicura, riporta una sensazione familiare, ci fa sentire “a casa”. Questo meccanismo del cosiddetto comfort food — cibo consolatorio — è noto e studiato. Da un lato può alleviare temporaneamente emozioni negative, stress e senso di vuoto. Tuttavia, se diventa l’unico “spazio sicuro” a cui rifugiarsi, rischia di diventare un’abitudine poco funzionale: la via facile, ma non quella che cura davvero.

Vorrei proporti una riflessione: cosa succederebbe se il tuo rifugio diventasse un posto dentro di te, anziché un piatto fuori di te? 

Trova il tuo “spazio sicuro alternativo”

Perché è necessario non cercare conforto solo nel cibo?  Perché il benessere reale — quello che dura nel tempo — nasce da una connessione con sé stessi, con le proprie emozioni, con la propria mente e il proprio corpo.

Ecco alcune idee da considerare come “salvagente personale”:

– 🎨 Un gesto creativo — dipingere, scrivere, ritagliare, incollare, progettare. Anche un semplice schizzo o un collage nasconde un potenziale di ascolto e riflessione.  

– 🧘‍♀️ Movimento consapevole — yoga, stretching, camminata a piedi o in bici: attiva il corpo, placa la mente grazie alla produzione di neurotrasmettitori quali dopamina e serotonina. 

– 🌿 Contatto con la natura — curare piante, stare nel verde, sentire aria e terra: rimette in equilibrio, il contatto e la manualità sono cura

– 🧹 Ordine e cura dello spazio che abiti — mettere in ordine, pulire, riordinare può essere un gesto di cura anche interiore.  

– 📚 Rito del silenzio o della lettura — creare un piccolo spazio e tempo per sé, per ricaricare mente e anima.

Queste attività — come dimostrano numerosi studi — possono funzionare come valide strategie di coping emotivo, ridurre la dipendenza dal cibo come unica via d’uscita alle emozioni e favorire un più sano equilibrio psico-fisico.

In pratica: trovare la tua “cassetta degli attrezzi” personale per reagire al malessere in modo diverso, più completo, più profondo.

Una scelta consapevole: nutri te stesso davvero 

Per questo nuovo anno ti invito a fare un piccolo esperimento di consapevolezza:  

Osserva: quando hai voglia di “rifugiarti” nel cibo, chiediti cosa c’è dietro quel desiderio.  

Sii curioso: prova per una settimana a sostituire almeno un momento di comfort‑food con uno dei tuoi “spazi sicuri alternativi”.  

Ascolta: valuta come ti senti. Forse la fame emotiva diminuirà. Forse troverai che la vera sazietà la dà un gesto, una pausa, un’abitudine gentile verso te stesso.  

E ricordati: il cibo può dare conforto, ma non può fare tutto da solo.  

Ti auguro di trovare — in mezzo alla frenesia, al caos e agli impegni — un angolo tutto tuo : un posto dove riposarti, ascoltarti, ricaricarti.  

Che questo nuovo anno ti regali non solo sapori, ma spazi di pace, spazi per sentire, respirare e accogliere.

E che il cibo, quando arriverà, sia davvero un nutrimento — del corpo e dell’anima.  

A cura di Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Mio figlio non mangia: cosa fare davvero ?

Quando un bambino smette di mangiare, mangia meno o rifiuta cibi che fino al giorno prima accettava senza problemi, nella maggior parte dei genitori si attiva un campanello d’allarme. 

L’alimentazione è uno dei bisogni primari che mamma e papà imparano a riconoscere, fin dai primi giorni di vita. Perché nutrire equivale a crescere, a proteggere, a prendersi cura. Proprio per questo motivo, qualsiasi difficoltà legata al cibo, anche se transitoria, viene percepita dal genitore come preoccupazione.

Anche tu, mamma o papà che stai leggendo, ti sarai trovato a porti una di queste domande:

 ‘’Perché non vuole più mangiare come prima?’’

• ‘’Lo sto viziando?’’

• ‘’È colpa mia?’’

• ‘’Sarà grave?’’

 La verità è che il rapporto del bambino con il cibo non è lineare, non è semplicemente l’introduzione di calorie, ma è il risultato di un insieme complesso di fattori:

▫ Lo sviluppo della motricità orale

▫ La maturazione neurologica

▫ La regolazione interna della fame

▫ La gestione delle emozioni

▫ La relazione con il genitore

▫ Il modo in cui il cibo viene proposto

Tutti questi aspetti cambiano costantemente nei primi anni, il bambino attraversa fasi di crescita rapide seguite da momenti di rallentamento fisiologico; periodi in cui l’esplorazione del modo è prioritaria rispetto al magiare; momenti di forte richiesta di autonomia e fasi in cui emergono paure e difficoltà. 

RICORDA: un bambino che mangia meno non è automaticamente un bambino che ‘’sta male’’ e allo stesso tempo, non tutte le difficoltà sono ‘’capricci’’ o fasi da ignorare. 

Per aiutarti davvero ad interpretare ciò che sta accadendo, vediamo insieme cosa è fisiologico aspettarsi nelle diverse età e perché il rapporto con il cibo può cambiare così tanto.

 

Fase 6-12 mesi: INIZIO DELLO SVEZZAMENTO

Tra i 6 e i 12 mesi il bambino passa da un’alimentazione esclusivamente a base di latte ad un’alimentazione sempre più varia. Questa fase è molto delicata poiché avvengono cambiamenti importanti come:

▫ Il bambino inizia ad autoregolarsi; mangia di più in alcuni giorni, meno in altri

▫ Inizia a sviluppare nuove capacità, come masticare, deglutire nuove consistenze, coordinare lingua e mascelle

▫ Inizia a capire che intorno a lui c’è un mondo interessante e di conseguenza il cibo passa in secondo piano

▫ Si prepara ai primi dentini e le gengive gonfie e indolenzite possono ridurre l’appetito

▫ Dopo i primi 4-6 mesi di rapida crescita, il fabbisogno calorico si stabilizza.

In questa fase è importante non forzare mai il bambino, bisogna proporre un cibo rifiutato nei giorni successivi senza però insistere; l’obiettivo, ora, non deve essere quanto mangia, ma la varietà e la qualità di quello che gli viene proposto. All’inizio è importante creare una routine: stessa postazione dove si fa la pappa, stessi orari e soprattutto pochi stimoli. Infatti, evitare la presenza di tv/tablet aiutano il bambino a concentrarsi sul cibo e a sviluppare la percezione di fame-sazietà.

Ci sono, però, pochi casi in cui il rifiuto del bambino in questa fase deve essere attenzionato consultando uno specialista:

– Blocchi persistenti con rigetto di cibo per oltre 2 settimane

– Incapacità di gestire le consistenze

– Pianto inconsolabile ai pasti

– Scarso accrescimento peso/altezza

– Vomito o diarrea ripetuto associato ai pasti.

 

Fase 12-24 mesi: IL BAMBINO DIVENTA ‘’SELETTIVO’’

 Questa qui è sicuramente la fase più frequente in cui i genitori dicono: ‘’Mio figlio non mangia più nulla’’!

Questi mesi sono caratterizzati da: 

▫ Calo naturale dell’appetito, poiché la crescita si riduce

▫ Inizia a presentarsi la neofobia alimentare, processo fisiologico di rifiutare nuovi cibi

▫ Impara a dire no per affermare la propria volontà 

▫ Inizia a svilupparsi il gusto e con questo anche la preferenza verso alcuni cibi piuttosto che altri

▫ Saltare un pasto, se occasionalmente, non è un problema poiché i bambini hanno la capacità di compensare quello di cui hanno bisogno nei pasti successivi.

 Il ruolo del genitore, in questa fase, è fondamentale: è lui a stabilire che cosa, dove e quando si mangia, mentre il bambino decide se mangiare e quanto. I più piccoli imparano soprattutto per imitazione, quindi è importante creare momenti in famiglia in cui si mangia insieme, dando un buon esempio.

Evita i ricatti o le pressioni: portano il bambino a classificare gli alimenti come “buoni” o “cattivi” e peggiorano il rapporto con il cibo. Se il bambino rifiuta ciò che è stato preparato, non offrire alternative, snack o latte: è normale che a questa età servano numerose esposizioni (anche 10-15 volte) prima che un alimento venga accettato.

Anche in questa fase, però, ci sono dei segnali che devono portarti a chiedere l’intervento di un professionista:

– Rifiuta la maggior parte dei cibi solidi

– Mangia meno di 5-10 alimenti in totale

– Mostra forte ansia al momento del pasto

– Cresce poco o perde peso

– Presenta difficoltà di masticazione o deglutizione

 

Dai 24 mesi in poi: CAPRICCI, AUTONOMIE E… VERE DIFFICOLTA’

 Eccoci all’ultima fase, dopo i due anni entrano in gioco molti più fattori: cognitivi, emotivi, sociali. 

 Quello che può succedere qui è:

▫ La fase della neofobia dura di più, arrivando anche ai 5-6 anni

▫ C’è una maggiore sensibilità alle consistenze e questo può portare alcuni bimbi a rifiutare specifici cibi

▫ Vogliono avere maggiore controllo e il cibo diventa un momento di confronto

▫ Possono prendere piede abitudini sbagliate come mangiare in giro per casa, davanti alla tv o ad orari improbabili

▫ Iniziano a presentarsi le emozioni e il cibo diventa regolatore emotivo o campo di battaglia

 Niente paura mamma e papà, basta anche qui affrontare tutto con calma e serenità: stabilite una routine; coinvolgete i vostri bimbi nella scelta del menù e nelle preparazioni dei piatti; iniziate a fargli capire che si può mangiare tutto, ma ci sono delle regole per alcuni alimenti; accogliete il rifiuto di un pasto chiedendo come mai e senza trasformarlo in un conflitto.

In questa fase, invece, i segnali ai quali dovete porre attenzione sono:

– Selettività grave e nutrizionalmente rischiosa

– Disturbi della masticazione o disfagia

– Problemi gastrointestinali 

– Estremo disagio ai pasti 

– Comportamenti ossessivi legati al cibo.

 Il rapporto tra bambini e cibo è un percorso fatto di scoperte, rifiuti, cambiamenti e nuove abitudini. Non è una prova da superare, né per il bambino né per il genitore. 

Il compito del genitore non è convincerlo a mangiare, ma creare le condizioni affinché lui possa farlo: tutto questo periodo serve al bambino per imparare ad ascoltare il proprio corpo e a costruire un legame sano con il cibo. 

Un rifiuto può essere semplicemente un passaggio naturale della crescita e riconoscerlo evita conflitti inutili. Se, invece, qualcosa preoccupa davvero chiedere supporto è un gesto di cura, non di fallimento. 

Per approfondire questi argomenti e raccontare la tua esperienza ti aspettiamo nella diretta di Lunedì 15 alle ore 13:30. Attiva il reminder

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista in collaborazione con dott.ssa Sara Falcone – Biologa Nutrizionista