Il cibo come rifugio: emotività, fragilità e alimentazione nelle sfide quotidiane

Viviamo in una società in cui si corre, si produce, si deve “resistere”. E in tutto questo, l’emotività — soprattutto se fragile — sembra non avere spazio. Eppure, siamo esseri emotivi per natura. In un contesto fatto di tensioni, aspettative e instabilità, molte persone trovano rifugio nel cibo.

Ma perché succede? E cosa accade davvero dentro di noi?

Essere emotivamente fragili: non è debolezza, è realtà

La fragilità emotiva non è una colpa né una condizione da giudicare. È spesso il risultato di un vissuto stressante, di traumi non elaborati, o semplicemente di una sensibilità profonda. Questa fragilità, se non ascoltata e compresa, può portare a meccanismi compensativi. Uno dei più comuni? Il cibo.

Quando la quotidianità pesa troppo

Tra lavoro, famiglia, cura di sé, relazioni e incertezze del presente, le giornate diventano faticose. Lo stress cronico stimola il rilascio di cortisolo, un ormone che, a lungo andare, può aumentare il desiderio di cibi ipercalorici e ricchi di zuccheri, come mostrano numerosi studi (Yau & Potenza, 2013; Adam & Epel, 2007).

Il cibo come strategia di coping

Mangiare non è solo un atto fisiologico. È spesso un modo per “tamponare” un’emozione negativa. Rabbia, tristezza, ansia, solitudine: tutte emozioni che il nostro cervello può imparare a gestire attraverso l’assunzione di cibo, creando un legame condizionato (Macht, 2008).  Il piacere legato a determinati alimenti (comfort food) stimola il rilascio di dopamina e serotonina, dando un senso di sollievo… ma solo temporaneo.

Quando l’alimentazione smette di essere sana

Questo uso “emotivo” del cibo può interferire con la salute, il peso e la relazione con il proprio corpo. Si sviluppa un rapporto disfunzionale in cui il cibo è nemico e rifugio allo stesso tempo. Questo schema, se reiterato, può sfociare in veri e propri disturbi del comportamento alimentare o in un’alimentazione impulsiva, fuori controllo, spesso seguita da sensi di colpa e restrizioni.

Cosa fare: consapevolezza e supporto

Per uscire da questo ciclo non servono diete restrittive. Serve un percorso integrato di ascolto e consapevolezza. Il supporto psicologico può aiutare a identificare le emozioni, riconoscerle e dar loro voce senza “anestetizzarle” con il cibo. Allo stesso tempo, un accompagnamento nutrizionale empatico e personalizzato aiuta a ricostruire un rapporto sereno con il cibo, restituendogli la sua funzione originaria: nutrire e dare energia.

Mangiare è anche un atto emotivo. E va bene così. Il problema non è cedere ogni tanto, ma usare sempre il cibo come unica via per sopravvivere emotivamente.

Se ti riconosci in queste dinamiche, sappi che non sei sol* e che c’è una via diversa: più consapevole, rispettosa e gentile.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta CarielloBiologa Nutrizionista

Svezzamento senza ansie: inizia con serenità

Lo svezzamento rappresenta un momento di grande cambiamento sia per il bambino che per la famiglia. Sempre più genitori si avvicinano al metodo dell’autosvezzamento, attratti da un approccio più naturale, rispettoso dei tempi del bambino e in linea con l’alimentazione familiare. Tuttavia, senza una corretta informazione, si rischia di commettere errori che possono ostacolare questo percorso. In questo articolo analizzeremo i fondamenti scientifici dell’autosvezzamento, le sue potenzialità, ma anche le attenzioni necessarie per viverlo in modo sicuro e sereno.

Cos’è l’autosvezzamento?

L’autosvezzamento, secondo le linee guida SIPPS (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale), non è una “moda” ma un modello alimentare basato sull’integrazione graduale e autonoma del bambino al pasto familiare, senza forzature o schemi rigidi. Si parte non da un calendario, ma dall’osservazione del bambino e della sua prontezza a livello motorio, neurologico e digestivo.

Segnali di prontezza:

– Saper stare seduto con buon controllo del capo

– Perdere il riflesso di estrusione

– Mostrare interesse per il cibo

– Coordinare mani, occhi e bocca

La letteratura scientifica, incluse le raccomandazioni dell’OMS, supporta l’introduzione del cibo complementare dopo il 6° mese, con proseguimento dell’allattamento, materno o artificiale. Studi (Blissett, 2011; Brown & Lee, 2015) dimostrano che i bambini che seguono un approccio autoregolato mostrano maggiore consapevolezza di fame e sazietà e minor rischio di sviluppare disturbi alimentari o obesità.

I vantaggi dell’autosvezzamento 

Autoregolazione: il bambino decide quanto mangiare, imparando ad ascoltare il proprio corpo

Diversità alimentare: più varietà di sapori e consistenze fin da subito

Partecipazione: il bambino si sente incluso nei pasti familiari

Sviluppo della motricità: manipolazione e coordinazione migliorano

Gli errori comuni da evitare

L’agitazione, la pressione sociale e l’insicurezza possono spingere un genitore ad alte aspettative e confronti incappando in errori:

1. Iniziare troppo presto: Anticipare l’introduzione degli alimenti solidi prima dei 6 mesi può aumentare il rischio di infezioni e carenze nutrizionali. Attendi i segnali di prontezza: è fondamentale.

2. Proporre alimenti non sicuri per consistenza: Tagli errati, cibi rotondi o troppo duri possono aumentare il rischio di soffocamento. Segui le linee guida BLISS per la sicurezza alimentare o approfondisci in questo articolo.

3. Offrire alimenti troppo salati o zuccherati: Il palato si educa precocemente. È preferibile evitare snack industriali e cibi eccessivamente sapidi o dolci.

4. Limitare l’apporto di ferro: Dopo i 6 mesi, l’apporto di ferro non è più garantito dal solo latte. Via libera a carne, legumi, uovo e cereali integrali.

5. Sostituire pasti con solo frutta o latte: Il pasto deve contenere macronutrienti (proteine, carboidrati, grassi) ed essere bilanciato. Frutta sì, ma non al posto del pasto. 

Il ruolo della famiglia

L’autosvezzamento richiede che la famiglia sia consapevole e coinvolta: il bambino impara per imitazione. Offrire pasti equilibrati, vari e consumati insieme rappresenta una strategia educativa potente. È importante che genitori e caregiver siano sereni e non esercitino pressioni: mangiare deve restare un momento positivo e di scoperta.

Consigli pratici per iniziare:

– Offri porzioni piccole e lascia che il bambino esplori i nuovi alimenti e le diverse consistenze

– Prepara gli alimenti in modo sicuro (tagli a bastoncino, consistenza morbida)

– Non distrarti: la supervisione è essenziale

– Mantieni la routine dei pasti ma rispetta i tempi del bambino

– Offri l’acqua fin da subito, preferibilmente in bicchierino

L’autosvezzamento è una modalità naturale di avvicinamento al cibo, ma va accompagnato da consapevolezza, pazienza e informazione scientifica. Ogni bambino ha i propri tempi, e ogni famiglia può trovare il giusto equilibrio con il supporto di professionisti (nutrizionista, pediatra, ostetrica) aggiornati e disponibili.

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A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Gestosi in gravidanza: il ruolo della nutrizione prima, durante e dopo

La preeclampsia (o gestosi) è una complicanza della gravidanza caratterizzata da ipertensione arteriosa e proteinuria (presenza di proteine nelle urine) che si manifesta dopo la 20ª settimana di gestazione. È una condizione seria che può avere conseguenze importanti per la mamma e per il feto, e che merita attenzione, prevenzione e gestione integrata — anche a tavola.

Cosa causa la gestosi?

Le cause non sono ancora completamente note, ma si ritiene che coinvolgano una disfunzione placentare, una risposta infiammatoria sistemica, alterazioni immunologiche e fattori genetici.

Tra i fattori di rischio:

– Prima gravidanza

– Gravidanza gemellare

– Obesità o sovrappeso

– Storia familiare o personale di ipertensione

– Diabete preesistente

– Età materna avanzata (>35 anni)

Un po di biologia e fisiologia

In una gravidanza normale, i vasi sanguigni dell’utero si adattano per far arrivare abbastanza sangue e ossigeno al feto. Ma nella gestosi, questa trasformazione avviene male o in modo incompleto: i vasi restano stretti e al alta resistenza.

Di conseguenza, la placenta riceve meno sangue, si “stressa” e rilascia sostanze dannose nel corpo della madre. Queste sostanze alterano la circolazione, causando pressione alta, infiammazione, problemi ai reni e altre complicazioni. In più, lo stress della placenta aumenta l’infiammazione e la ritenzione di liquidi, peggiorando la situazione generale della mamma.

Il ruolo della nutrizione

Anche se la nutrizione non è l’unico elemento, può avere un impatto nella prevenzione e gestione della gestosi. Difatti non esistono alimenti “da escludere completamente” per tutte le mamme in modo universale prima e dopo la gravidanza. Tuttavia, in presenza di rischio o diagnosi di gestosi (preeclampsia) ci sono categorie di alimenti che è fortemente consigliato limitare o evitare, per ridurre il rischio di ipertensione, infiammazione e sovraccarico renale al fine di sostenere il benessere vascolare e metabolico.

1. Controllo dell’apporto di sodio e di grassi saturi: Ridurre il consumo di sale può aiutare a tenere sotto controllo la pressione arteriosa.

Attenzione a: Prodotti confezionati, Snack salati, Salumi, insaccati, formaggi stagionati, piatti pronti, fast food, burro, margarine, prodotti da forno, carni grasse.

Preferire invece erbe aromatiche, limone e spezie per insaporire.

2. Aumento degli antiossidanti: Frutta e verdura di stagione ricche di vitamina C, E e polifenoli contribuiscono alla riduzione dello stress ossidativo, implicato nella preeclampsia.

3. Omega-3 e grassi buoni: Acidi grassi omega-3 (EPA e DHA), presenti in pesce azzurro, noci, semi di lino e olio extravergine d’oliva, sono utili per la funzione endoteliale e la prevenzione dell’ipertensione.

4. Adeguato apporto proteico e controllo del peso: Un apporto bilanciato di proteine di alta qualità (carne bianca, pesce, legumi, uova) supporta il metabolismo senza sovraccaricare i reni. Evitare aumenti di peso eccessivi è essenziale.

5. Attenzione ai carboidrati raffinati: Limitare zuccheri semplici e farine raffinate da dolci industriali, bevande zuccherate, pane e riso bianco, cereali raffinati da colazione, riduce il rischio di resistenza insulinica e infiammazione che possono contribuire allo sviluppo della gestosi.

6. Idratazione costante: Mantenere un’adeguata idratazione sostiene la funzione renale e il volume plasmatico.

7. Alcol e caffeina: L’Alcol è tossico per il feto e peggiora l’ipertensione, va completamente eliminato, la caffeina ha effetto vasocostrittore, é consentito un caffè al giorno.

E dopo il parto?

Anche nel post-partum, soprattutto nelle prime 6-8 settimane, l’alimentazione gioca un ruolo nel recupero dell’equilibrio pressorio, nella gestione del peso e nella prevenzione di future complicanze cardiovascolari.

Inoltre, la donna che ha sviluppato preeclampsia ha un rischio aumentato di ipertensione cronica e sindrome metabolica: educare a uno stile alimentare sano è un investimento sulla salute futura.

La gestosi è una sfida medica complessa che richiede un approccio multidisciplinare. Una corretta alimentazione non sostituisce le cure mediche, ma rappresenta un pilastro essenziale nella prevenzione, nella gestione e nel sostegno globale alla salute della donna.

Chiedere supporto al tuo nutrizionista specializzato durante la gravidanza significa proteggere sé stesse e il proprio bambino.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

I primi 1000 giorni: 5 buone abitudini per la salute del tuo bambino

I primi mille giorni di vita, dal concepimento ai due anni, sono fondamentali per lo sviluppo fisico e cognitivo del bambino. Instaurare buone abitudini in questo periodo può influenzare positivamente la sua salute futura, vediamone alcune insieme:

1. Genitori come modelli di stile di vita sano

I bambini apprendono osservando. Genitori che adottano una dieta equilibrata e praticano attività fisica regolare trasmettono ai figli l’importanza di uno stile di vita sano. Coinvolgere i piccoli in attività quotidiane, come cucinare insieme o fare passeggiate, rafforza questo apprendimento.

2. Monitorare la crescita del bambino

Osservare regolarmente peso, altezza e sviluppo motorio aiuta a identificare tempestivamente eventuali anomalie. Consultare periodicamente il pediatra e mantenere un diario di crescita può essere utile per seguire l’evoluzione del bambino.

3. Iniziare lo svezzamento al momento opportuno

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’allattamento esclusivo fino ai sei mesi. Introdurre alimenti solidi dopo questo periodo, seguendo le indicazioni del pediatra, permette al bambino di sviluppare gradualmente nuove competenze alimentari. Non iniziare lo svezzamento prima dei 6 mesi.

4. Varietà di frutta e verdura fin da subito

Offrire una gamma colorata di frutta e verdura stimola la curiosità e il palato del bambino. Giocare con i colori nel piatto e coinvolgere il piccolo nella preparazione dei pasti può rendere l’esperienza alimentare più piacevole e educativa.

5. Promuovere l’attività fisica precoce

Incoraggiare il movimento fin dai primi mesi, attraverso giochi adatti all’età, favorisce lo sviluppo motorio e la coordinazione. Man mano che il bambino cresce, attività come il nuoto o il gioco all’aperto contribuiscono a instaurare una routine attiva che porterà come stile di vita.

Adottare queste abitudini nei primi mille giorni crea una solida base per la salute e il benessere del tuo bambino. Ricorda, ogni piccolo passo conta!

A cura di Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Privazione alimentare: perché eliminare gli alimenti che amiamo non è la soluzione per perdere peso

Dopo un periodo di eccessi come le vacanze estive, le festività o semplicemente quando ci si guarda allo specchio e si decide di “rimettersi in forma”, molte persone ricorrono a strategie drastiche: eliminare pane, dolci, pizza, Nutella, gelato, e tutto ciò che viene percepito come “alimento sbagliato“.  

Questo approccio basato sulla privazione alimentare può, nel breve termine, portare a una rapida perdita di peso. Tuttavia, numerosi studi (Polivy & Herman, 2002; Lowe et al., 2013) hanno evidenziato come queste restrizioni rigide siano associate a un rischio maggiore di alimentazione incontrollata, cicli di abbuffate e senso di colpa, favorendo un ritorno alle vecchie abitudini alimentari, spesso con un effetto rebound.

Cosa succede quando ci si priva?

Privarsi di un alimento capace di offrire piacere, senza alcuna reale motivazione clinica (come allergie o patologia), attiva un circolo vizioso: più ci si priva, più cresce il desiderio. Il cibo proibito diventa un’ossessione, e quando si “cede” lo si fa in maniera impulsiva, spesso senza controllo.

Questo ciclo è noto come “effetto yo-yo“, ed è ben documentato in letteratura per i suoi effetti negativi sia sul metabolismo che sul benessere psicologico. Perdere e mettere peso equivale ad assicurare e togliere nutrienti fondamentali, senza un criterio, con notevoli ripercussioni metaboliche.

Il valore dell’educazione alimentare

L’obiettivo di un percorso nutrizionale efficace non è insegnare ad evitare, ma a scegliere consapevolmente. Non serve bandire la pizza, ma capire quanto e quando inserirla nel contesto di uno stile di vita sano e bilanciato. Educare al gusto, alla varietà, e all’ascolto dei segnali di fame e sazietà è molto più utile (Van Strien, 2018).

Concedersi non significa “sgarrare”

Gli alimenti ad alta densità calorica, come dolci o cibi ricchi di grassi, possono far parte di una dieta sana se inseriti con equilibrio.

Lo “sgarro” infatti è un concetto da superare, di cui spesso se ne sente parlare come se si stesse commettendo un errore o una colpa quando si mangia un alimento più calorico, un dolce o una pizza. Ma in realtà, questa parola porta con sé un carico emotivo negativo che rischia di compromettere il rapporto con il cibo.

Preferisco non parlare di sgarro, perché non esistono alimenti giusti o sbagliati, ma contesti, quantità e frequenze.  

Imparare a integrare consapevolmente tutti gli alimenti nella propria alimentazione, anche quelli considerati “non sani”, è il passo più importante per costruire un equilibrio duraturo. Non è lo sgarro il problema, ma l’atteggiamento con cui lo si vive. Solo abbandonando la logica del bianco o nero, tutto o niente, si può raggiungere una vera libertà alimentare.

Un percorso di dimagrimento o di benessere non si costruisce sull’eliminazione o sulla concessione una tantum ma, sulla costruzione di nuove abitudini sostenibili. Il cambiamento duraturo non nasce dalla rinuncia, ma dalla consapevolezza.

Concedersi non è fallire. È imparare a nutrirsi con equilibrio, rispetto e libertà.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Perché ci piace il croccante? Il piacere sensoriale e il ruolo della masticazione nella sazietà

Il suono di una patatina che si spezza, la consistenza di una fetta di pane tostato, la croccantezza di una mela: questi elementi non solo deliziano il palato, ma influenzano anche la nostra percezione del cibo e la sensazione di sazietà.

Il fascino sensoriale del croccante

La preferenza per i cibi croccanti è radicata in una combinazione di stimoli sensoriali. Il suono prodotto durante la masticazione, ad esempio, è stato identificato come un fattore chiave nel piacere alimentare. Il professor Charles Spence dell’Università di Oxford ha evidenziato che il suono del cibo, come il “crunch” di una patatina, può influenzare la percezione del gusto e della freschezza, mentre una consistenza molle può suggerire deterioramento.

Sensorialità: cosa accade a livello fisiologico e neurologico?

Il cibo croccante stimola contemporaneamente più sensi: il tatto (texture), l’udito (suono), la vista e ovviamente il gusto. Secondo uno studio pubblicato su Appetite (Spence et al., 2019), il suono del cibo che mastichiamo influenza anche la gratificazione e soddisfazione. Il “crunch” attiva l’area uditiva e quella limbica, aumentando la sensazione di piacere e rendendo il cibo più appagante.

Il suono del croccante attiva infatti anche il circuito della ricompensa dopaminergica, rilasciando dopamina, l’ormone del piacere. Questo significa che il cervello associa al “crunch” una sensazione positiva, memorizzandolo come “desiderabile”. Alcuni studi mostrano che il solo ascoltare il rumore croccante può aumentare la salivazione e stimolare l’appetito.

La masticazione e la sazietà

Oltre al piacere sensoriale, la masticazione svolge un ruolo cruciale nella regolazione dell’appetito. Studi hanno dimostrato che una maggiore attività masticatoria può influenzare la sensazione di sazietà. Ad esempio, uno studio ha rilevato che aumentare il numero di masticazioni prima di deglutire può ridurre la fame e l’assunzione di cibo successiva.

Inoltre, la consistenza del cibo può influenzare la velocità di consumo. Alimenti più duri o viscosi richiedono più tempo per essere masticati, aumentando l’esposizione sensoriale orale e contribuendo a una maggiore sensazione di sazietà.

Masticazione e sazietà: i meccanismi fisiologici

La masticazione prolungata attiva recettori meccanici nella bocca e nella mandibola, che inviano segnali al nucleo del tratto solitario (nel tronco encefalico). Il consumo di alimenti croccanti implica una masticazione più lunga.  Questo processo attiva recettori meccanici nella bocca e segnala al cervello, tramite il nervo vago, che stiamo mangiando. 

Tale stimolazione:

– Riduce la produzione di grelina, l’ormone della fame e aumenta la secrezione di ormoni intestinali  della sazietà come: CCK (colecistochinina), GLP-1 (glucagon-like peptide 1), PYY (peptide YY)

Impatto sul metabolismo del glucosio:

Una masticazione più lenta e prolungata può modulare positivamente la risposta glicemica e insulinica, riducendo i picchi e migliorando il senso di pienezza.

Grelina e leptina:

La masticazione contribuisce alla soppressione della grelina, l’ormone della fame prodotto dallo stomaco. Contestualmente, migliora la sensibilità alla leptina, ormone della sazietà prodotto dal tessuto adiposo.

Attivazione del nervo vago:

Il nervo vago, importante nella regolazione della fame e sazietà, viene stimolato anche dalla masticazione, contribuendo alla regolazione centrale dell’appetito

La nostra predilezione per i cibi croccanti non è solo una questione di gusto, ma coinvolge una complessa interazione di stimoli sensoriali e risposte fisiologiche. 

È per questo che una mela intera sazia più di una spremuta di frutta, sebbene contengano le stesse calorie: la differenza sta nella masticazione e nel tempo di consumo.

Comprendere questi meccanismi può aiutarci a fare scelte alimentari più consapevoli, godendo del piacere del cibo e mantenendo un equilibrio nutrizionale.

Integrare nelle scelte quotidiane alimenti croccanti naturali (come frutta, verdura, frutta secca) può essere una strategia utile per gestire fame e porzioni.

A cura di Dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Latte materno vs latte artificiale: confronto nutrizionale e riflessione consapevole

Quando si parla di alimentazione nei primi mesi di vita, il latte materno è universalmente riconosciuto come il miglior alimento per il neonato. Tuttavia, non sempre è possibile allattare al seno. In questi casi, il latte artificiale rappresenta un’opzione sicura e regolamentata. Ma quali sono le differenze tra i due dal punto di vista nutrizionale e funzionale? E come può un genitore fare una scelta informata?

Latte materno: composizione e benefici unici

Il latte materno è un fluido dinamico, il cui contenuto varia nel tempo (colostro, latte di transizione e latte maturo), nell’arco della giornata e perfino durante la singola poppata. Si compone di : 

Proteine: in una quota inferiore rispetto al latte vaccino (circa 0,9-1,2 g/100 ml), ma altamente digeribile. Il rapporto sieroproteine/caseina è favorevole (70:30), riducendo lo stress renale. Sono presenti anche lattalbumina, lisozima e lattoferrina, con proprietà antimicrobiche e antinfiammatorie.

Grassi: forniscono circa il 50% dell’energia. Il latte è ricco in acidi grassi polinsaturi a lunga catena (DHA e ARA), essenziali per lo sviluppo cerebrale e visivo. Inoltre, i grassi nel latte materno sono meglio assorbiti grazie alla presenza di enzimi digestivi come la lipasi.

Carboidrati: principalmente lattosio, ma anche oltre 200 tipi di oligosaccaridi che nutrono i batteri benefici intestinali (come i bifidobatteri). Questi zuccheri non digeribili modulano l’immunità e proteggono da infezioni.

Micronutrienti e cellule vive: il latte contiene vitamine, minerali, cellule immunitarie, ormoni e fattori di crescita, che non sono replicabili nelle formule artificiali.

Benefici clinici riconosciuti dell’allattamento al seno

– Riduzione del rischio di infezioni gastrointestinali, respiratorie e otiti.

– Miglior regolazione del peso e riduzione del rischio di obesità e diabete.

– Maggiore sviluppo cognitivo (alcuni studi indicano un QI leggermente superiore).

– Minore incidenza di SIDS (morte improvvisa del lattante).

Latte artificiale: evoluzione e composizione

I latti formulati sono detti tali poiché derivano da una formulazione per avvicinarsi il più possibile al profilo nutrizionale del latte materno, utilizzando prevalentemente latte vaccino modificato, in quanto se restasse tale avrebbe degli apporti o troppo elevati ( quota proteica e di grassi) o troppo carente (grassi buoni e micronutrienti). Ma da cosa è composto e cosa viene modificato ? 

Proteine: adeguate per quantità e digeribilità (1,2–1,6 g/100 ml). Il rapporto sieroproteine/caseina è variabile (60:40 o 50:50) per adattarsi ai fabbisogni, per questo sono presenti le diverse formulazioni (latte 1,2,3) 

Grassi: aggiunta di DHA e ARA, oli vegetali e talvolta latte intero. Tuttavia, la biodisponibilità dei grassi è inferiore, poiché mancano le lipasi e i globuli lipidici naturali.

Carboidrati: generalmente lattosio, ma alcune formule usano amidi o maltodestrine per ridurre l’osmolarità.

Additivi: arricchite con vitamine, ferro, prebiotici (GOS, FOS), probiotici (L. reuteri, B. lactis), nucleotidi e antiossidanti.

Pur non replicando le componenti bioattive del latte materno, i latti moderni sono regolamentati a livello europeo e garantiscono la crescita e lo sviluppo del bambino.

Quando il latte artificiale è necessario? 

Non sempre allattare al seno è possibile o indicato. Alcuni casi:

– Ipogalattia persistente o agalattia.

– Terapie farmacologiche incompatibili con l’allattamento.

– Infezioni materne (es. HIV nei Paesi in cui non è garantita la sicurezza dell’allattamento).

– Problemi emotivi o relazionali importanti per la mamma.

– Rientro al lavoro senza possibilità di estrazione e conservazione del latte.

In questi casi, il latte artificiale è una risorsa fondamentale, non un fallimento. Ciò che conta è il benessere del bambino e della madre dettato da una scelta informata e supportata. 

Il latte materno è insostituibile per composizione e benefici, ma il latte artificiale è oggi un’alternativa sicura e nutrizionalmente completa. La scelta tra allattamento e formula deve essere rispettosa della storia e delle necessità di ciascuna famiglia.

Il ruolo dei professionisti della salute è offrire informazioni scientificamente fondate, ma anche ascolto, empatia e supporto pratico. 

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Creatina: oltre lo sport, un alleato per uomo e donna nella vita quotidiana

Quando si parla di creatina, la mente corre subito a pesi, muscoli e sportivi. Ma negli ultimi anni, numerosi studi scientifici hanno evidenziato come questo composto naturale vada ben oltre il fitness, offrendo benefici anche per la salute quotidiana, sia nell’uomo che nella donna.

Cos’è la creatina?

La creatina è una molecola prodotta dal nostro corpo (fegato, reni, pancreas) e presente in carne e pesce. Si concentra nei muscoli, ma anche nel cervello e in altri tessuti. Agisce come una fonte rapida di energia cellulare, soprattutto durante attività intense e brevi.

Funzionalità nella pratica quotidiana

1. Energia e performance cognitiva

Diversi studi (Avgerinos et al., 2018) suggeriscono che la creatina può migliorare la memoria, la concentrazione e la funzione esecutiva, soprattutto in condizioni di stress mentale, insonnia o in soggetti con diete vegetariane/vegane.

2. Supporto nella salute femminile

Nelle donne, soprattutto in fase di gravidanza, allattamento o menopausa, la creatina può sostenere il metabolismo energetico, la composizione corporea e persino il tono dell’umore (Smith-Ryan et al., 2021). È utile anche nel contrastare la perdita di massa muscolare associata all’invecchiamento (sarcopenia)

3. Neuroprotezione

La creatina mostra effetti protettivi sul sistema nervoso e viene studiata come coadiuvante in malattie neurodegenerative come Parkinson e SLA. Migliora la resistenza alla fatica mentale e fisica (Kreider et al., 2017).

4. Salute ossea e metabolica

Alcune evidenze indicano un possibile ruolo della creatina nel migliorare la densità minerale ossea e nel sostenere l’equilibrio glicemico, con potenziali benefici anche per chi è a rischio di diabete tipo 2 o osteoporosi.

Chi può trarne beneficio? 

– Studenti o lavoratori con alta richiesta cognitiva  

– Donne in fasi ormonalmente delicate  

– Anziani a rischio sarcopenia  

– Vegetariani/vegani  

– Persone con stanchezza cronica o stress

Modalità d’uso

La dose più studiata è 3–5g al giorno di creatina monoidrato. È sicura se assunta con regolarità, in soggetti sani, e non comporta danni renali in chi ha una funzionalità renale normale (Poortmans & Francaux)

La creatina non è solo uno “strumento per atleti”, ma un vero e proprio supporto funzionale per la salute e il benessere generale. Integrarla consapevolmente nella vita quotidiana, sotto supervisione di un professionista, può fare la differenza per uomini e donne, a ogni età.

A cura di Dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Un percorso nutrizionale di successo? È il tuo approccio che fa la differenza

Dovrei iniziare un dieta ma: “avrò sicuramente fame”, “non ci riuscirò mai”, “ come farò senza dolci”’ “non dovrò mangiare niente”, “chissà se potrò mangiare una pizza

Sappi che queste e tante altre frasi che dici a te stess* minano il tuo percorso nutrizionale, perché sono capaci di indurti all’auto sabotaggio.

Innanzitutto mi piace parlare di percorso nutrizionale e non di dieta per due motivi: la dieta in senso lato ad oggi è un termine molto inflazionato a cui è facilmente associabile il significato di rinuncia, privazione, restrizione e non quello letterale ovvero stile di vita. Mi piace parlare di percorso nutrizionale perché un percorso prevede una costruzione ed è quello che faccio quotidianamente in studio: costruire insieme nuove abitudini alimentari e scardinare tutti quei concetti, idiomi e metafore senza un fondamento e base scientifica che, come già detto, possono indurti all’auto sabotaggio.

Quale è il tuo obiettivo?

Parti da questa domanda, quali sono le tue necessità? Hai delle patologie modulabili e responsive all’alimentazione? Vuoi incrementare o ridurre il tuo peso? Hai bisogno di una educazione alimentare?

Ognuno di questi prevede un differente percorso e un differente approccio e magari per alcuni di questi le frasi sopra citate non hanno ragione di esistere. Questo è anche parte del percorso nutrizionale: capire effettivamente se potrebbero esserci delle difficoltà, identificarle e trovare strategie risolutive.

Solo una cosa resta in comune a tutte: perché lo stai facendo? Cosa ti aspetti? Cosa può cambiare in positivo nella tua vita? Ognuno avrà una motivazione diversa e un beneficio diverso a cui aspirare e per ognuno c’è un percorso specifico e una costruzione personale del piano nutrizionale.

“Ma ne ho fatte tante, mi sono sempre fermat*

Ok, questa non è una sconfitta, ma un ottimo punto di partenza, “perché ti sei fermat*? Quali sono stati i tuoi punti deboli?” Hai mai riflettuto su questo ? Quanto hai vissuto quella “dieta” ricevuta? L’hai fatta tua? L’hai personalizzata o è rimasto l’ennesimo foglio nel cassetto?

Ecco un approccio corretto prevede l’uscita dalla passività e l’ingresso nell’attività , essere attivi, partecipi e protagonisti del proprio percorso nutrizionale fa sì che impari ad ascoltarti, a capire le tue difficoltà, i punti deboli ma anche i punti di forza su cui fare leva.

Cosa si intende essere attivi ?

Significa essere presenti, dare all’alimentazione quella priorità in più nella tua quotidianità, dalla spesa, alle scelte alimentari, all’organizzazione della giornata fuori casa alla settimana, alla comprensione vera del momento di convivialità, alle scelte, ai gusti personali e a godere ogni giorno quello che porti in tavola. Il cibo oltre al suo valore di nutrimento ha anche un valore edonistico e conviviale e questo non devi mai dimenticarlo !

Scrivimi per raccontarmi la tua esperienza

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Ecco cosa non dovresti fare nei primi mille giorni del tuo bambino

I primi 1000 giorni di vita di un bambino rappresentano una finestra cruciale per lo sviluppo fisico, cognitivo e comportamentale. Le scelte alimentari compiute in questo periodo possono influenzare la salute del bambino per tutta la vita.

Ecco 5 azioni da evitare per garantire una crescita sana e armoniosa:

1) Evitare il latte vaccino prima dei 12 mesi

Il latte vaccino ha un contenuto proteico circa triplo rispetto al latte materno e contiene meno ferro e acidi grassi essenziali. Somministrarlo prima dei 12 mesi può sovraccaricare i reni del neonato e aumentare il rischio di anemia e obesità infantile. È preferibile optare per il latte materno o formule specifiche per lattanti fino al primo anno di vita.

2) Limitare i grassi saturi e privilegiare i grassi buoni

I grassi sono fondamentali per lo sviluppo cerebrale del bambino, ma è importante scegliere quelli giusti. Evitare l’eccesso di grassi saturi, presenti in burro e carni grasse, e preferire grassi insaturi come quelli contenuti in olio extravergine di oliva, frutta secca, avocado e pesce che supportano anche sviluppo neurologico e visivo.

3) Non aggiungere sale agli alimenti

Il sale in eccesso può abituare il bambino a sapori troppo salati, aumentando il rischio di ipertensione in età adulta. È consigliabile evitare l’aggiunta di sale nei cibi dei bambini e utilizzare erbe aromatiche per insaporire le pietanze.

4) Evitare bevande zuccherate

Succhi di frutta, tè e bevande gassate contengono zuccheri aggiunti che possono aumentare il rischio di obesità e carie dentali. È preferibile offrire acqua ed educarli al consumo di frutta fresca, che soddisfa il naturale desiderio di dolcezza del bambino.

    5) Promuovere una colazione completa ogni mattina

    La colazione è un pasto fondamentale che fornisce l’energia necessaria per affrontare la giornata. Abituare il bambino a consumare una colazione equilibrata aiuta a stabilire abitudini alimentari sane e a migliorare la concentrazione e l’umore.

      Conclusione

      Adottare queste semplici pratiche nei primi 1000 giorni di vita del bambino può avere un impatto significativo sulla sua salute futura. Educare fin da subito a scelte alimentari consapevoli è un investimento per una vita sana.

      A cura di dott.ssa Cariello Mariaconcetta Biologa Nutrizionista