Cibo, parole e famiglia: la genesi dei disturbi alimentari in Età Pediatrica

Mangia tutto o niente dolce!” – Quante volte l’abbiamo sentito (o detto)?

Dietro le parole che pronunciamo a tavola si nascondono messaggi che i bambini assorbono più in profondità di quanto immaginiamo. Ma cosa succede quando il linguaggio, i gesti e le abitudini della famiglia iniziano a plasmare – senza volerlo – un rapporto difficile con il cibo?

Il Ruolo delle Parole dei Genitori

Le parole che i genitori utilizzano nei confronti dei propri figli possono avere un impatto significativo sul loro rapporto con il cibo. Frasi come “Sei diventata cicciottella” o “Se vai avanti così, ingrasserai come tua zia” possono minare l’autostima del bambino e creare un’associazione negativa con l’alimentazione. Al contrario, incoraggiamenti positivi e commenti neutrali sul cibo possono favorire un rapporto sano con l’alimentazione.

L’Educazione Alimentare in Famiglia

L’educazione alimentare inizia a casa. I bambini apprendono osservando le abitudini alimentari dei genitori. Un ambiente familiare che promuove pasti regolari, una varietà di alimenti e un atteggiamento positivo verso il cibo può prevenire lo sviluppo di disturbi alimentari.

L’Influenza dei Modelli Genitoriali

Gli stili genitoriali influenzano il comportamento alimentare dei bambini. Uno stile autoritario, caratterizzato da regole rigide e poca espressione affettiva, può portare a un bisogno di controllo e a comportamenti alimentari disfunzionali. Al contrario, uno stile permissivo può causare difficoltà nell’autoregolazione e impulsività, aumentando il rischio di disturbi come il Binge Eating Disorder.

Il Cibo come Strumento Emotivo

Utilizzare il cibo come premio o punizione può instaurare un rapporto emotivo disfunzionale con l’alimentazione. I bambini possono iniziare a mangiare in risposta a emozioni negative, sviluppando abitudini alimentari scorrette che possono perdurare nel tempo.

Il modo in cui parliamo, educhiamo e condividiamo il cibo a casa può diventare il primo atto di prevenzione.

I disturbi alimentari non si riconoscono solo dai numeri sulla bilancia, ma nascono anche da parole ripetute, sguardi silenziosi, regole implicite.

Partecipa alla diretta Instagram in collaborazione con pedagogista dott.ssa Rossella Attivissimo per esplorare il legame tra educazione familiare, parole e alimentazione.  

Scopri strumenti pratici, risposte concrete e nuovi modi per costruire un ambiente nutrizionalmente sano e affettivamente sereno.  

Lunedì 5 Maggio alle ore 18: Segna la data e unisciti alla conversazione: la prevenzione comincia da casa.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello, Biologa Nutrizionista

Il Diabete Gestazionale: uno sguardo d’insieme

Diverse volte in studio sento future mamma con un normale incremento di peso e condizioni di salute ottimali a cui è stato riferito di eliminare i carboidrati, e nel caso in cui ci fosse il diabete cosa dovrebbe eliminare ? 

In questo caso la giusta informazione e conoscenza fanno da padrone: il diabete gestazionale è una forma di diabete che si sviluppa durante la gravidanza, solitamente intorno alla 24ª-28ª settimana. Si verifica quando il corpo non è in grado di produrre abbastanza insulina per mantenere normali i livelli di zucchero nel sangue, a causa degli ormoni prodotti dalla placenta che interferiscono con l’azione dell’insulina. La placenta produce ormoni che, sebbene utili per il corretto sviluppo del bambino, hanno anche l’effetto di ridurre l’efficacia dell’insulina (resistenza insulinica). L’insulina è un ormone che permette al glucosio di entrare nelle cellule per fornire energia. In una donna con diabete gestazionale, la quantità di insulina prodotta dal pancreas non è sufficiente a superare gli effetti di questa resistenza, con conseguente aumento dei livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia).

Sebbene solitamente sparisca dopo la nascita del bambino, le donne che hanno avuto diabete gestazionale sono ad un rischio maggiore di sviluppare il diabete di tipo 2 in futuro.

Fattori Predisponenti al Diabete Gestazionale

Alcuni fattori aumentano il rischio di sviluppare il diabete gestazionale, questi includono:

1. Obesità e Sovrappeso: Le donne con un indice di massa corporea (IMC) elevato prima della gravidanza sono a rischio maggiore di sviluppare diabete gestazionale.

2. Età Avanzata: Le donne di età superiore ai  35 anni, hanno una probabilità maggiore di sviluppare questa condizione.

3. Storia Familiare di Diabete: Le donne con una storia familiare di diabete (in particolare diabete di tipo 2) sono più suscettibili.

4. Storia di Diabete Gestazionale: Le donne che hanno avuto diabete gestazionale in una gravidanza precedente sono a rischio più elevato di svilupparlo nuovamente.

Quando c’è il desiderio di una gravidanza è opportuno considerare questi fattori e adottare misure preventive, rivolgendosi a specialisti del settore. 

Rischi Correlati al Diabete Gestazionale per la Mamma e il Bambino

Il diabete gestazionale, se non adeguatamente controllato, comporta diversi rischi: 

I principali per la mamma includono: 

  • un aumento della probabilità di sviluppare ipertensione e pre-eclampsia, condizioni che possono ulteriormente complicare la gravidanza.
  • un rischio più elevato di sviluppare diabete di tipo 2 nel corso della vita, poiché l’insulino-resistenza può persistere anche dopo il parto.

Per il bambino, i rischi sono: 

  • macrosomia, ovvero un peso eccessivo alla nascita, che può rendere il parto più difficile e aumentare la possibilità di necessitare di un parto cesareo.
  • l’ipoglicemia neonatale, che può verificarsi subito dopo la nascita a causa dell’adattamento del bambino ai livelli di insulina elevati durante la gravidanza. 
  • Un rischio maggiore di sviluppare diabete di tipo 2 in età adulta.

Come gestire il diabete con l’alimentazione?

La gestione del diabete gestazionale è essenziale per ridurre i rischi per la madre e il bambino. Un’alimentazione sana e bilanciata gioca un ruolo cruciale nel controllo della glicemia. Ecco alcuni consigli pratici:

1. Pasti bilanciati e frequenti: È importante mangiare pasti regolari e bilanciati, con porzioni controllate, per evitare picchi e cali improvvisi di zucchero nel sangue.

2. Preferire carboidrati complessi: I carboidrati complessi, come quelli contenuti in cereali integrali, legumi, verdure e frutta fresca, vengono digeriti più lentamente e non causano rapidi aumenti dei livelli di glicemia. È importante evitare carboidrati semplici (come zuccheri raffinati, dolci e bevande zuccherate), che causano rapidi picchi glicemici.

3. Controllo delle porzioni: Essere consapevoli delle porzioni è fondamentale. Utilizzare il piatto della salute (un piatto bilanciato composto da una metà di verdure, un quarto di carboidrati e un quarto di proteine) può essere un buon metodo per controllare la quantità di cibo consumato.

4. Alimenti ricchi di fibre: La fibra alimentare aiuta a rallentare l’assorbimento degli zuccheri e a migliorare il controllo glicemico. Verdure, legumi, avena e frutta fresca sono ottime fonti di fibre.

5. Attività fisica moderata: L’esercizio fisico regolare aiuta a migliorare la sensibilità all’insulina e a mantenere stabili i livelli di zucchero nel sangue. È importante consultare il proprio medico prima di intraprendere qualsiasi programma di esercizio durante la gravidanza.

6. Monitoraggio glicemico: Il monitoraggio regolare dei livelli di glucosio nel sangue è fondamentale per tenere sotto controllo la condizione. In alcuni casi, potrebbe essere necessario l’utilizzo di insulina o farmaci orali, sotto la supervisione del medico.

Gestire il diabete gestazionale non è solo una questione di monitorare il livello di zucchero nel sangue, ma anche di adottare uno stile di vita sano che includa un’alimentazione equilibrata e attività fisica. Con l’approccio giusto, le donne con diabete gestazionale possono affrontare la gravidanza in modo sereno e ridurre i rischi per la loro salute e quella del bambino.

Hai vissuto la tua gravidanza con diabete gestazionale o ne eri a rischio ? Racconta la tua esperienza nei commenti🙂

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Dolcificanti: cosa sapere prima di sostituire lo zucchero

Negli ultimi anni, i dolcificanti sono diventati sempre più diffusi, soprattutto tra chi cerca alternative allo zucchero per motivi di salute, controllo del peso o gestione di patologie come il diabete. Ma cosa sono esattamente e quali sono pro e contro del loro utilizzo?

Cosa sono i dolcificanti?

I dolcificanti sono sostanze naturali o sintetiche che conferiscono sapore dolce agli alimenti, spesso con un apporto calorico ridotto o nullo rispetto allo zucchero tradizionale.

Tipologie di dolcificanti:

Naturali: stevia, eritritolo, xilitolo.  

Derivano da piante o fonti naturali e hanno un impatto glicemico basso o nullo. La stevia, ad esempio, è fino a 200 volte più dolce dello zucchero.

Artificiali: aspartame, sucralosio, acesulfame K.  

Sono prodotti in laboratorio e spesso molto più dolci dello zucchero, quindi ne basta una quantità minima.

Vantaggi dell’utilizzo dei dolcificanti:

Apporto calorico ridotto o nullo

Aiutano nel controllo della glicemia nei pazienti diabetici

Non favoriscono la carie dentale

– Alcuni (come l’eritritolo) hanno anche effetto prebiotico

Svantaggi e criticità:

Alcuni dolcificanti artificiali possono alterare la percezione del gusto, aumentando la voglia di dolce

Un uso eccessivo può causare gonfiore o disturbi gastrointestinali (soprattutto polioli come xilitolo e sorbitolo)

In soggetti sensibili, possono influenzare la flora intestinale

Alcune ricerche hanno sollevato dubbi (ancora in studio) sul legame tra uso prolungato di dolcificanti artificiali e metabolismo

I dolcificanti possono essere utili alleati, ma vanno utilizzati con consapevolezza. Non sono una soluzione miracolosa e non dovrebbero sostituire un’alimentazione equilibrata e varia. La chiave resta sempre l’equilibrio.

Piccolo consiglio:

Se il tuo obiettivo è ridurre lo zucchero, prova anche a rieducare il palato a gusti meno dolci, prima ancora di sostituirli. In bocca abbiamo dei recettori abituati a quei livelli di zucchero, lavorare quotidianamente sulla riduzione dello zucchero rieduca i recettori ad un nuovo livello e in questo caso puoi utilizzare lo zucchero normale ma in quantità corrette.

Se vuoi capire quale dolcificante si adatta meglio al tuo stile di vita, al tuo metabolismo e alle tue esigenze specifiche, il supporto di un professionista può fare la differenza.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Nutrizione e Cancro: un alleata per percorso di cura più consapevole

Nel percorso oncologico, ogni scelta può fare la differenza. L’alimentazione è una di quelle. Non parliamo solo di “cosa mangiare”, ma di come il supporto nutrizionale strutturato possa incidere concretamente sulla qualità della vita, sull’efficacia delle terapie e sul recupero.

Perché l’alimentazione è così importante durante la malattia oncologica? 

Il cancro e le terapie oncologiche possono compromettere lo stato nutrizionale, ridurre l’appetito, alterare il metabolismo e aumentare il rischio di malnutrizione. Secondo l’ESPEN (European Society for Clinical Nutrition and Metabolism), fino all’80% dei pazienti oncologici sviluppa uno stato di malnutrizione durante il percorso di cura. La perdita di peso, in particolare della massa magra, è associata a prognosi peggiori, maggiore tossicità delle cure, più complicanze chirurgiche e minore risposta ai trattamenti.

Quali sono i rischi di un’alimentazione non adeguatamente seguita?

Malnutrizione e cachessia

– Maggiore rischio di infezioni e ritardi nella guarigione  

Minore tolleranza alle terapie (chemio, radio, chirurgia)  

Aumento della fatigue (stanchezza cronica) già presente in molti pazienti  

Peggioramento della qualità della vita

E i benefici di un supporto nutrizionale?

Migliore risposta ai trattamenti

Mantenimento del peso e della massa muscolare

Riduzione degli effetti collaterali

Maggiore autonomia e benessere psico-fisico

Supporto alle difese immunitarie

Perché è fondamentale essere seguiti da un nutrizionista?

Perché ogni paziente ha un percorso unico: il piano alimentare deve essere personalizzato, adattato alle fasi di malattia, agli effetti collaterali delle terapie, alle abitudini e alle emozioni legate al cibo. Il nutrizionista, inoltre, educa il paziente all’ascolto del proprio corpo, aiutandolo a riconoscere segnali di fame/sazietà, adattare le scelte alimentari e a non cadere in informazioni fuorvianti o diete anti-cancro spesso presenti sul web.

L’educazione terapeutica è la chiave.

Non si tratta solo di dare indicazioni, ma di accompagnare il paziente con empatia, rendendolo parte attiva del suo percorso. Lavorare sul suo empowerment significa migliorare l’aderenza e aumentare l’efficacia a lungo termine. Questa là si può garantire lavorando sulla personalizzazione del piano nutrizionale in modo da renderlo affine con i gusti e le abitudini del paziente. Si possono inoltre adottare tecniche di auto-monitoraggio: diario alimentare, diario dei sintomi o delle emozioni poiché aiutano il paziente a riconoscere progressi e ostacoli, rendendolo più consapevole.

Infine: il follow-up

La malattia evolve, così come lo stato nutrizionale. I controlli periodici permettono di ri-equilibrare il piano alimentare, monitorare i parametri clinici, sostenere il paziente anche nel post-cura, riducendo il rischio di recidive e favorendo un ritorno alla quotidianità in modo sano ed equilibrato. Questi sono anche un momento di valutazione della costanza e dell’aderenza alle indicazioni ricevute e offrono la possibilità di rimodulare in base alle necessità. 

Ti aspetto nei commenti per condividere la tua esperienza o quella di un tuo familiare e per rispondere alle tue curiosità in merito.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Disturbi Alimentari: L’Impatto del Corpo, del Cibo e delle Emozioni e l’Importanza dell’Intervento Multidisciplinare

I disturbi alimentari sono condizioni complesse che coinvolgono un intreccio di fattori psicologici, emotivi e fisiologici. L’interazione tra il corpo, il cibo e le emozioni è centrale nella vita delle persone che soffrono di questi disturbi, creando una spirale difficile da interrompere senza un supporto adeguato. La comprensione di queste dinamiche e l’importanza di un approccio multidisciplinare sono fondamentali per affrontare efficacemente il trattamento e il recupero.

L’Impatto del Corpo e la Distorsione dell’Immagine Corporea

 Uno degli aspetti più significativi dei disturbi alimentari è la distorsione dell’immagine corporea. Le persone affette da disturbi come l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il binge eating disorder (disturbo da alimentazione incontrollata) sviluppano una percezione distorta del proprio corpo. Questo porta a un sentimento di disgusto, vergogna e autocritica, che influisce negativamente sulla loro salute mentale e fisica, alimentando rispettivamente comportamenti dannosi come il digiuno estremo, il vomito autoindotto o l’abbuffata incontrollata. Questa percezione distorta non è solo un problema psicologico, ma si riflette anche nella fisiologia del corpo. Le persone che soffrono di disturbi alimentari spesso vedono il cibo come un nemico o un mezzo per raggiungere un controllo assoluto sul proprio corpo. La riduzione drastica delle calorie, unita alla costante paura di ingrassare, porta a una serie di problematiche fisiche, tra cui malnutrizione, deficit vitaminici, disfunzioni ormonali e compromissione del sistema immunitario. La ricerca evidenzia che questi effetti fisici sono in gran parte reversibili solo quando il trattamento psicologico e nutrizionale viene affrontato simultaneamente.

Il Cibo e la Relazione Emotiva: Un Legame Complesso

Il cibo non è solo una fonte di nutrimento per chi soffre di disturbi alimentari; rappresenta anche un meccanismo di coping emotivo. Le persone con disturbi alimentari possono utilizzare il cibo per gestire le emozioni difficili come ansia, depressione e stress, portandoli a mangiare in modo compulsivo per cercare di gestire i propri stati emotivi. Altri, invece, sviluppano una relazione disfunzionale con il cibo, usando il controllo alimentare come mezzo per affrontare l’insoddisfazione emotiva e la paura di perdere il controllo.

La difficoltà di affrontare le emozioni in modo sano è un fattore cruciale nei disturbi alimentari. Le persone che soffrono di bulimia nervosa o disturbo da alimentazione incontrollata (Binge Eating Disorder) tendono a mangiare in modo impulsivo e incontrollato come risposta a emozioni negative. In questi casi, l’alimentazione diventa un modo per evitare il confronto diretto con il malessere emotivo, mentre l’auto-punizione e la vergogna legate al consumo alimentare contribuiscono a rafforzare il ciclo disfunzionale.

L’Importanza dell’Intervento Multidisciplinare

Trattare i disturbi alimentari in modo efficace richiede un approccio che vada oltre la semplice gestione del cibo. È necessario intervenire non solo sul comportamento alimentare, ma anche sulle emozioni, l’autostima e la relazione con il proprio corpo. Per questo motivo, l’intervento multidisciplinare è essenziale. Un team di esperti, che includa psicologi, psicoterapeuti, nutrizionisti* e medici, è fondamentale per trattare tutti gli aspetti del disturbo alimentare in modo completo.

La relazione tra corpo, cibo ed emozioni nelle persone con disturbi alimentari è complessa e interconnessa. Affrontare il disturbo alimentare richiede un trattamento che prenda in considerazione tutti questi aspetti, mirando innanzitutto alla gestione delle *problematiche emotive* che spingono la persona ad agire in modo disfunzionale nei confronti del cibo e del proprio corpo. Solo un intervento multidisciplinare che integri supporto psicologico, nutrizionale e medico può offrire una cura completa e duratura.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

La Bilancia da cucina: un alleato verso la consapevolezza

Nel nostro immaginario collettivo, la bilancia da cucina è spesso associata esclusivamente alla “dieta” intesa come assoluto dimagrimento.

La bilancia è uno strumento che evoca pensieri di restrizione, calorie contate e sacrifici. In effetti, molte persone tendono a usarla solamente durante un percorso di perdita di peso, come se il suo scopo si limitasse a monitorare la quantità di cibo quando l’obiettivo è ridurre la massa corporea. Ma c’è un’importante verità che vale la pena di sottolineare: la bilancia da cucina non è solo un compagno del “dimagrimento”, ma uno strumento fondamentale per prendere consapevolezza di come gestire i propri quantitativi giornalieri di cibo, indipendentemente dall’obiettivo.

Sia che tu stia cercando di perdere peso, mantenere un buon equilibrio o addirittura aumentare la massa muscolare, conoscere le quantità di cibo che consumiamo ogni giorno è una chiave per migliorare la nostra salute a lungo termine. Non tutti gli alimenti richiedono di essere pesati, solo quelli ad alta densità energetica capaci di impattare notevolmente il bilancio energetico quotidiano, come ad esempio le fonti di grassi!

  1. Dimagrimento: il senso della bilancia

Quando l’obiettivo è perdere peso, il concetto di bilancio energetico negativo è cruciale. In pratica, significa consumare meno calorie di quelle che il corpo brucia nel corso della giornata. Ma come facciamo a sapere se stiamo effettivamente creando un deficit calorico? La risposta è semplice: monitorando le quantità.

Non si tratta di “essere ossessionati dai numeri“, ma di assicurarsi di consumare la giusta quantità di nutrienti per raggiungere l’obiettivo di dimagrimento in modo sano e sostenibile.

Per esempio, pesare il cibo può aiutarci a evitare di cadere nella trappola delle porzioni eccessive. Spesso pensiamo di mangiare una porzione da 150 grammi di pasta, quando in realtà stiamo consumando quasi il doppio, senza nemmeno accorgercene. La bilancia ti aiuta a visualizzare e regolare visivamente le tue porzioni con consapevolezza, evitando di eccedere con gli alimenti e favorendo il mantenimento del deficit calorico.

  1. Mantenimento: Equilibrio Sostenibile

Raggiungere un peso sostenibile non è solo una questione di ridurre le calorie, ma anche di mantenere il nostro corpo nel suo stato ottimale a lungo termine. Dopo un periodo di dimagrimento, molti si trovano a dover affrontare il “pericolo” di riprendere peso. E qui, la bilancia da cucina gioca un ruolo fondamentale anche nel mantenimento.

Mantenere un peso stabile è una vera e propria arte: non si tratta di un’ossessione, ma di un continuo monitoraggio e aggiustamento. Se il tuo obiettivo è mantenere il peso raggiunto, è fondamentale capire le nuove quantità e quale distribuzione di nutrienti il tuo corpo ha bisogno per restare in equilibrio. La bilancia non ti obbliga a misurare ogni boccone, ma ti offre un’opportunità per controllare che non stai superando le porzioni giuste per il tuo fabbisogno calorico giornaliero.

Ecco il punto: non si tratta di restrizione. Quando sei in fase di mantenimento, avere consapevolezza dei tuoi pasti e delle porzioni ti aiuta a mantenere il corpo in salute, senza eccessi né carenze. Semplicemente, ti permette di stabilizzare l’assunzione di nutrienti, consentendo un equilibrio perfetto tra calorie assunte e calorie bruciate.

  1. Aumento di Peso: Nutrizione Mirata

Anche chi desidera aumentare il peso, per esempio per migliorare la massa muscolare o per motivi di salute, ha bisogno di una gestione accurata dei propri quantitativi alimentari. Spesso, chi cerca di guadagnare peso può incorrere in un errore comune: pensare che “più è meglio”. Non è sempre così.

Per aumentare in modo sano, bisogna consumare un surplus calorico (più calorie di quelle che si bruciano), ma è fondamentale che queste calorie provengano da alimenti nutrienti. La bilancia da cucina diventa quindi uno strumento prezioso per garantire che le calorie aggiuntive provengano da proteine di qualità, carboidrati complessi e grassi sani. La scelta di porzioni controllate e bilanciate ti permette di monitorare non solo le quantità, ma anche la qualità del cibo che stai introducendo nel tuo corpo.

La Consapevolezza è la Chiave

La realtà è che, indipendentemente dal tuo obiettivo nutrizionale, conoscere i tuoi quantitativi alimentari è il primo passo verso il controllo e la consapevolezza. La bilancia da cucina è uno strumento che può sembrare impegnativo o noioso, ma in realtà ti dà il potere di fare scelte alimentari migliori ogni giorno. Non è solo una questione di numeri, ma di empowerment personale.

Sia che tu stia cercando di ridurre il peso, mantenerlo o aumentarne uno in modo sano, la chiave è la consapevolezza. L’approccio nutrizionale più efficace non è quello che ti dice cosa mangiare, ma quello che ti insegna a conoscere te stesso. Pesare il cibo può sembrare un piccolo dettaglio, ma nella realtà, è un strumento fondamentale per garantire che tu stia alimentando il tuo corpo nella maniera più equilibrata ed efficiente possibile.

E poi non dovrai pesare a vita, una volta stabilito il tuo obiettivo e compresi i tuoi quantitativi nel tempo sarai in grado e capace di conoscere intuitivamente le tue porzioni, ma questo è un altro discorso che merita un approfondimento!

Pronto a fare il primo passo? La tua salute è nelle tue mani, e una semplice bilancia da cucina può aiutarti a prenderti cura di te, passo dopo passo.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Allattamento: credi anche tu in queste false credenze?

L’allattamento al seno è un argomento che suscita molti dibattiti e opinioni, spesso influenzati da miti e credenze popolari. È importante distinguere i fatti dalle false credenze per supportare le madri nel fare scelte informate. Esaminiamo tre falsi miti comuni sull’allattamento al seno:
– il latte materno che “diventa acqua”
– le coliche del bambino dipendono dell’allattamento
– l’allattamento prolungato è dannoso.

1. Il latte materno con il tempo “Diventa Acqua”
Il Mito: Con il passare del tempo, il latte materno diventa meno nutriente, simile all’acqua, e quindi insufficiente per soddisfare i bisogni nutrizionali del bambino.

La Verità: Il latte materno si adatta continuamente alle esigenze del bambino, mantenendo sempre un alto valore nutrizionale. Gli studi dimostrano che anche dopo molti mesi, il latte materno contiene una combinazione ottimale di proteine, grassi, zuccheri, vitamine e minerali che favoriscono la crescita e lo sviluppo del bambino. Inoltre, il latte materno contiene anticorpi e altri fattori immunitari che proteggono il bambino dalle infezioni e dalle malattie. Dal momento che il bambino è in crescita, i suoi fabbisogni di micronutrienti aumentano e il latte non è capace di fornirli pertanto si rende necessaria l’introduzione di alimenti solidi con l’avvio dell’alimentazione complementare, che può essere classica o a richiesta.

2. Le coliche del bambino sono causate dal latte materno
Il Mito: Le coliche del bambino sono dovute al latte materno e possono essere evitate passando al latte artificiale.

La Verità: Le coliche (leggi articolo a riguardo) sono un problema comune nei neonati e la loro causa non è ancora completamente compresa. Tuttavia, non esistono prove scientifiche che collegano direttamente il latte materno alle coliche. Alcuni studi suggeriscono che le coliche potrebbero essere legate all’immaturità del sistema digestivo del bambino o a fattori ambientali ed emotivi del bambino in una fase iniziale di vita che rappresenta un passaggio dall’ambiente caldo e sicuro dell’utero a quello rumoroso, luminoso e irrequieto della vita quotidiana. Passare al latte artificiale non è una soluzione garantita e può privare il bambino dei numerosi benefici dell’allattamento al seno.

3. L’Allattamento prolungato è dannoso
Il Mito: Allattare un bambino oltre il primo anno di vita è inutile o addirittura dannoso per il suo sviluppo psicologico e sociale.

La Verità: L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda l’allattamento al seno fino a due anni o più, accompagnato da alimenti complementari adeguati. L’allattamento prolungato continua a fornire nutrienti essenziali e supporta il sistema immunitario del bambino. Inoltre, ha benefici psicologici, poiché rafforza il legame tra madre e bambino. Non ci sono prove scientifiche che l’allattamento prolungato abbia effetti negativi sullo sviluppo sociale o psicologico del bambino. Al contrario, può promuovere un senso di sicurezza e benessere. Il tempo dell’allattamento è scelto dalla diade mamma – figlio, deve essere un momento piacevole per entrambi, quando comincia a diventare un peso per la mamma o un passatempo per il bambino allora è arrivato il momento di smettere.

È fondamentale diffondere informazioni corrette e basate su evidenze scientifiche per supportare le madri nell’allattamento. Sfatare miti come quelli del latte materno che “diventa acqua”, delle coliche causate dal latte materno e dell’idea che l’allattamento prolungato sia dannoso, permette di valorizzare l’importanza dell’allattamento al seno. Le madri dovrebbero sentirsi incoraggiate e supportate nelle loro scelte di allattamento, consapevoli dei benefici duraturi per la salute e lo sviluppo del loro bambino.

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A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Guida al corretto congelamento di frutta e verdura per i bambini durante lo svezzamento:

Durante lo svezzamento, offrire ai bambini frutta e verdura fresche è fondamentale per garantire una dieta varia e ricca di nutrienti.

Tuttavia, la preparazione giornaliera di alimenti freschi può essere impegnativa per i genitori. Ecco perché il congelamento può essere una soluzione pratica ed efficace per risparmiare tempo senza compromettere la qualità del cibo. Scopriamo insieme quali alimenti possono essere congelati, come farlo correttamente e quali modalità di cottura sono adatte al congelamento.

PERCHÉ CONGELARE GLI ALIMENTI DURANTE LO SVEZZAMENTO?
Congelare frutta e verdura preparate per lo svezzamento ha numerosi vantaggi:
Convenienza: Preparare porzioni di cibo in anticipo e congelarle permette di risparmiare tempo prezioso, soprattutto durante le giornate più impegnative.
Riduzione degli sprechi: Congelare gli alimenti aiuta a evitare che frutta e verdura vadano a male.
Mantenimento dei nutrienti: Se congelati correttamente, gli alimenti conservano gran parte delle loro proprietà nutritive.

QUALI ALIMENTI È POSSIBILE CONGELARE?
Frutta e verdura adatte al congelamento:
Frutta: Banane, mele, pere, pesche, prugne, mango, e frutti di bosco (come mirtilli, lamponi e fragole) sono ottime opzioni da congelare. La frutta con un alto contenuto di acqua, come anguria e melone, non è ideale per il congelamento, poiché tende a diventare molliccia una volta scongelata.
Verdura: Carote, zucca, zucchine, patate dolci, spinaci, piselli e broccoli sono perfetti per essere congelati. Evita verdure come cetrioli e lattuga, che contengono molta acqua e possono perdere consistenza durante il congelamento.

COME CONGELARE CORRETTAMENTE GLI ALIMENTI?
Preparazione: Lava accuratamente la frutta e la verdura e sbucciala, se necessario. Per le verdure, è consigliabile tagliarle a piccoli pezzi prima del congelamento. La frutta può essere ridotta in purea o tagliata a cubetti.
Sbollentatura (per le verdure): La sbollentatura consiste nel cuocere brevemente le verdure in acqua bollente (per circa 2-3 minuti) e poi raffreddarle rapidamente in acqua ghiacciata. Questo processo aiuta a mantenere il colore, la consistenza e i nutrienti delle verdure durante il congelamento.
Porzionatura: Per lo svezzamento, è utile congelare piccole porzioni, come cubetti di ghiaccio, che possono essere facilmente scongelati in base alle necessità del bambino.
Confezionamento: Utilizza contenitori ermetici o sacchetti per alimenti adatti al congelamento. Etichetta ogni porzione con il nome dell’alimento e la data di congelamento, per assicurarti di utilizzarli entro il periodo consigliato (generalmente 3 mesi).

MODALITÀ DI COTTURA ADATTE AL CONGELAMENTO:
Anche il modo in cui cuociamo gli alimenti può influire sulla loro qualità dopo il congelamento. Ecco alcune modalità di cottura che si prestano bene:
Cottura a vapore: Questa modalità preserva i nutrienti della frutta e della verdura, rendendola ideale per gli alimenti destinati ai bambini. Puoi cuocere a vapore zucchine, patate dolci, broccoli e poi congelarli in piccole porzioni.
Bollitura: Sebbene possa portare alla perdita di alcuni nutrienti, la bollitura è comunque una scelta valida, soprattutto se conservi parte dell’acqua di cottura per preparare la purea da congelare.
Forno: La cottura al forno è particolarmente indicata per alimenti come la zucca e le mele. Una volta cotte e ridotte in purea, queste possono essere congelate in piccole porzioni.

COME SCONGELARE IN MODO SICURO:
Scongelamento in frigorifero: La soluzione più sicura è trasferire il cibo dal congelatore al frigorifero la sera prima dell’uso. Questo processo lento riduce il rischio di proliferazione batterica.
Riscaldamento diretto: Se hai poco tempo, puoi riscaldare le porzioni congelate a bagnomaria o nel microonde (usando l’impostazione di scongelamento). Assicurati che l’alimento raggiunga una temperatura uniforme prima di darlo al bambino.
Non ricongelare: Una volta scongelato, non è consigliabile ricongelare lo stesso alimento per evitare il rischio di contaminazioni.

ALIMENTI DA NON CONGELARE:
Non tutti gli alimenti si prestano al congelamento. Alcuni di essi perdono consistenza, sapore o nutrienti:
Frutti con alto contenuto d’acqua, come melone e anguria.
Verdure a foglia verde non cotte, come la lattuga.
Alimenti già scongelati: Come accennato, non è sicuro ricongelare cibi precedentemente scongelati.
Cibi preparati con olio: congela solo le verdure o la carne cotta e passata ma senza olio che sia a crudo o in cottura
Brodo con verdure: è preferibile togliere le verdure e congelare separatamente brodo e verdure.

Conclusioni
Il congelamento può essere un valido alleato per i genitori durante lo svezzamento, permettendo di offrire ai bambini alimenti nutrienti e vari senza dover cucinare ogni giorno. Seguire questi semplici consigli per congelare frutta e verdura correttamente assicura la massima qualità e sicurezza degli alimenti destinati ai più piccoli. Con un po’ di pianificazione, il momento del pasto diventerà più facile e meno stressante per tutta la famiglia!

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Il Reflusso nei Bambini Allattati: colpa del latte o di abitidini sbagliate?

Il reflusso gastroesofageo è un fenomeno comune nei neonati soprattutto nei primi mesi di vita e man mano che il sistema digestivo del bambino matura tende a migliorare. Questo problema può manifestarsi sia nei neonati allattati al seno che nutriti con latte artificiale, sebbene vi siano alcune differenze nelle cause e nei modi in cui si presenta.

CAUSE DEL REFLUSSO NEI BAMBINI:
La causa principale di reflusso nei neonati è attribuibile all’immaturità del sistema gastrointestinale, che all’inizio risulta ancora fragile, anche dal punto di vista muscolare. I neonati hanno infatti un’ipotonia (minore tono muscolare) del cardias, ovvero dello sfintere esofageo inferiore che segna il confine tra esofago e stomaco, la quale può non essere ancora completamente sviluppata consentendo al latte di risalire facilmente.


Altre cause che possono contribuire includono:
Alimentazione eccessiva: lo stomaco del neonato è piccolo a 6 mesi raggiunge la grandezza di un albicocca, pensate quanto sia facile riempirlo.


Aria ingerita durante la poppata: l’aria ingerita può provocare eruttazioni frequenti, spingendo il contenuto dello stomaco verso l’alto, soprattutto nei bambini nutriti con biberon.


Posizione sdraiata: per la maggior parte del tempo il neonato è sdraiato facilitando la risalita di latte. Infatti tenere il bambino in posizione supina subito dopo la poppata può favorire il reflusso. È consigliabile mantenere il bambino in posizione verticale per almeno 20-30 minuti dopo l’allattamento. Con il trascorrere dei mesi il bambino assumerà maggiormente una posizione da seduto e migliora anche il reflusso.

Prematurità: I neonati prematuri hanno un sistema digestivo ancora più immaturo rispetto ai neonati a termine, il che li rende più vulnerabili al reflusso.

QUANTO INFLUISCE IL LATTE MATERNO E QUELLO IN FORMULA?
Appurato che il reflusso può essere normale nei primi mesi di vita per le motivazioni discusse, quanto può impattare la tipologia di allattamento?
Scopriamolo insieme valutando le caratteristiche di ognuno.

1. Latte Materno
Il latte materno è generalmente considerato più facile da digerire rispetto alla formula artificiale. Contiene enzimi naturali e anticorpi che possono aiutare a ridurre l’infiammazione e migliorare la digestione. Alcuni studi indicano che i neonati allattati al seno potrebbero avere meno episodi di reflusso rispetto a quelli nutriti con latte artificiale, poiché il latte materno è più leggero e tende a svuotarsi più rapidamente dallo stomaco.

2. Latte Artificiale
Il latte artificiale, essendo a base di proteine animali o vegetali, è più denso rispetto al latte materno e può richiedere più tempo per essere digerito. La sua maggiore viscosità potrebbe causare una permanenza più lunga nello stomaco, aumentando la probabilità di reflusso. Inoltre, alcuni tipi di latte artificiale contengono addensanti che, sebbene destinati a ridurre il reflusso, possono non essere sempre efficaci per tutti i bambini e in alcuni casi possono persino peggiorare i sintomi. I neonati nutriti con latte artificiale sono anche più soggetti a sviluppare intolleranze o allergie alle proteine del latte vaccino, che possono aggravare il reflusso o causare sintomi simili, come rigurgito e irritabilità.

COME GESTIRE IL REFLUSSO?
Nonostante il reflusso sia una condizione normale e transitoria, ci sono alcune strategie che possono aiutare a ridurre i sintomi:

Cambiamenti nel tipo di formula: Se il bambino è nutrito con latte artificiale, potrebbe essere utile provare una formula ipoallergenica o con proteine parzialmente idrolizzate, che sono più facili da digerire.

Alimentazione in piccole quantità ma frequente: Questo approccio può aiutare a prevenire il sovraccarico dello stomaco, oppure assicurarsi delle pause tra una poppata e l’altra per evitare l’accumulo di aria nell’intestino.

Tenere il bambino in posizione eretta dopo le poppate: Posizionare il bambino in modo da favorire la discesa del latte nello stomaco può ridurre gli episodi di reflusso.

Addensanti per il latte artificiale: Esistono prodotti specifici per addensare il latte artificiale e ridurre la frequenza del reflusso. Tuttavia, questi prodotti devono essere utilizzati sotto la supervisione di un pediatra.

QUANDO CONSULTARE IL PEDIATRA?
Anche se il reflusso è spesso benigno, alcuni sintomi possono indicare una condizione più grave, nota come malattia da reflusso gastroesofageo (GERD). È opportuno consultare un pediatra se il bambino mostra i seguenti segni:

– Pianto eccessivo o irritabilità persistente.
– Difficoltà di crescita o perdita di peso.
– Vomito frequente e abbondante.
– Presenza di sangue nel vomito o nelle feci.

Conclusioni
Il reflusso nei neonati è una condizione comune che tende a migliorare con la crescita del bambino. Le differenze tra il reflusso nei bambini allattati al seno e quelli nutriti con latte artificiale risiedono principalmente nella digeribilità del latte e nella possibile presenza di intolleranze alimentari. Con alcune modifiche alle abitudini di alimentazione e, se necessario, con l’aiuto di un pediatra, la maggior parte dei bambini con reflusso può essere gestita efficacemente senza gravi conseguenze.

Essere informati e attenti ai segnali del bambino può fare la differenza nel migliorare il benessere del piccolo e ridurre il disagio legato al reflusso.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Il comportamento alimentare in età pediatrica: la famiglia e il rischio di disturbi alimentari in adolescenza

Il comportamento alimentare dei bambini si sviluppa in modo complesso e graduale, influenzato da una combinazione di fattori biologici, psicologici e sociali. Tra questi, la famiglia gioca un ruolo centrale nel modellare le abitudini alimentari fin dalla prima infanzia. L’interazione con i genitori e le pratiche alimentari adottate all’interno del nucleo familiare possono avere un impatto significativo sulla percezione del cibo e sull’atteggiamento verso l’alimentazione. Tuttavia, commenti inadeguati o atteggiamenti errati da parte dei genitori possono contribuire all’insorgenza di disturbi alimentari soprattutto in età adolescenziale.

LA FAMIGLIA E IL COMPORTAMENTO ALIMENTARE
Nei primi anni di vita, i genitori fungono da modelli comportamentali per i propri figli. Le abitudini alimentari della famiglia, come la scelta dei cibi, i tempi e il contesto dei pasti, influenzano il modo in cui i bambini percepiscono l’alimentazione. I piccoli tendono a imitare ciò che vedono fare dai genitori e dai fratelli, quindi una famiglia che promuove una dieta equilibrata e una relazione sana con il cibo può favorire lo sviluppo di abitudini alimentari positive.

La famiglia non è solo il contesto in cui avviene l’apprendimento delle abitudini alimentari, ma rappresenta anche un ambiente emotivo che può influenzare il rapporto con il cibo. Ad esempio, l’uso del cibo come ricompensa o punizione può instaurare un’associazione tra cibo ed emozioni, facendo sviluppare un rapporto disfunzionale con l’alimentazione. Inoltre, un’atmosfera familiare serena e priva di stress durante i pasti può facilitare il consumo di cibi nuovi e salutari, mentre un clima teso o conflittuale può rendere il momento del pasto problematico.

I COMMENTI DEI GENITORI: DANNO O BENEFICIO
Nonostante le buone intenzioni, alcuni commenti o atteggiamenti dei genitori possono avere effetti negativi sulla percezione del corpo e sull’atteggiamento verso il cibo dei bambini. Critiche riguardanti il peso, il corpo o la quantità di cibo consumato possono portare il bambino a sviluppare una percezione negativa di sé e a temere il giudizio altrui. Frasi come “Non mangiare troppo, altrimenti ingrassi” o “Hai già finito tutto il piatto, ma quanto mangi?” possono sembrare innocue, ma possono generare insicurezze che aumentano il rischio di sviluppare disturbi alimentari, come l’anoressia o la bulimia, durante l’adolescenza.

Inoltre, l’insistenza verso un alimentazione restrittiva, soprattutto nei casi di obesità pediatrica, o l’enfatizzazione della magrezza come ideale di bellezza possono trasmettere ai bambini un messaggio distorto, secondo cui il valore personale è legato all’aspetto fisico e al peso corporeo. In questo modo, il cibo può diventare un mezzo per ottenere approvazione sociale o per gestire emozioni complesse, invece di essere semplicemente una fonte di nutrimento e piacere.

COME PROMUOVERE UNA RELAZIONE SANA
La prevenzione dei disturbi alimentari inizia dall’infanzia, con l’adozione di pratiche alimentari e comportamentali che favoriscano una relazione equilibrata con il cibo. I genitori possono adottare alcune strategie per aiutare i propri figli a sviluppare un comportamento alimentare sano:

Evitare commenti sul peso e sul corpo: È importante evitare di fare osservazioni negative sul corpo del bambino o di altre persone. Invece di concentrarsi sull’aspetto fisico, è meglio enfatizzare l’importanza della salute e del benessere.

Promuovere l’autoregolazione: I bambini dovrebbero essere incoraggiati ad ascoltare i segnali di fame e sazietà del proprio corpo, evitando di obbligarli a finire tutto il cibo nel piatto o a seguire diete specifiche.

Creare un ambiente positivo durante i pasti: I momenti del pasto dovrebbero essere piacevoli e privi di tensioni. È utile evitare distrazioni come televisione o dispositivi elettronici, per favorire la consapevolezza di ciò che si sta mangiando.

Essere un buon esempio: I genitori possono influenzare positivamente i propri figli adottando a loro volta abitudini alimentari sane e mostrando un atteggiamento equilibrato nei confronti del cibo.

Educare i figli sull’importanza di una dieta varia ed equilibrata: Insegnare ai bambini l’importanza di tutti i gruppi alimentari, evitando di etichettare i cibi come “buoni” o “cattivi”.

Disturbi alimentari in adolescenza: un problema sempre crescente poiché l’adolescenza rappresenta una fase critica per lo sviluppo di disturbi alimentari, in quanto coincide con profondi cambiamenti fisici, psicologici e sociali. Durante questo periodo, l’immagine corporea assume un ruolo centrale e l’attenzione verso il proprio aspetto può diventare ossessiva. Se il bambino ha interiorizzato messaggi negativi relativi al cibo o al corpo durante l’infanzia, sarà più vulnerabile a sviluppare comportamenti alimentari disfunzionali, come restrizioni alimentari, abbuffate o utilizzo di pratiche compensatorie (vomito autoindotto, uso di lassativi). Secondo alcune ricerche, i bambini esposti a commenti sul loro peso o incoraggiati a seguire diete restrittive hanno maggiori probabilità di sviluppare un’alimentazione disordinata e una scarsa autostima.

I disturbi alimentari non riguardano solo il peso, ma sono spesso collegati a difficoltà emotive, come ansia, depressione o bassa autostima, e possono avere conseguenze gravi sulla salute fisica e mentale a lungo termine.

Conclusioni
Il comportamento alimentare in età pediatrica si forma in larga misura all’interno della famiglia, che gioca un ruolo chiave nel promuovere abitudini sane e nell’evitare atteggiamenti che possano favorire l’insorgenza di disturbi alimentari. Commenti e atteggiamenti inappropriati possono avere conseguenze negative sul rapporto dei bambini con il cibo e sulla percezione di sé, aumentando il rischio di sviluppare problematiche alimentari in adolescenza. La prevenzione passa attraverso la promozione di un ambiente familiare sereno, una comunicazione attenta e una relazione equilibrata con il cibo, per garantire il benessere fisico e psicologico dei bambini lungo tutto il corso della loro crescita.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista