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Cosa sono i primi mille giorni?

I primi mille giorni rappresentano un insieme di tappe evolutive di sviluppo, scoperte e nuove conoscenze per il bambino ma anche per la mamma che si ritrova a viverle insieme.

Il servizio di nutrizione ed educazione alimentare ” Cuore di Mamma – Nutrirsi insieme i primi giorni giorni” ha proprio l’obiettivo di guidare passo dopo passo le mamme, le future mamme e i genitori alla scoperta di cosa accade in queste tappe evolutive, di come farsi trovare pronti e di come poter essere aiutati nel compito di offrire ai propri bambini un’alimentazione sana e bilanciata.

“E’ più semplice costruire un bambino forte, che riparare un uomo rotto”

Questa è stata la frase che mi ha aperto un mondo, ed è anche la genesi e il perchè del servizio: la prevenzione.

I primi mille giorni infatti coprono un’ampia finestra temporale che va dalla gravidanza (in parte anche dal periodo pre-concezionale) passando per l’allattamento, lo svezzamento e infine arriva ai 2 anni e mezzo del bambino in cui è importante aver posto in famiglia le basi dell’educazione alimentare.

Dal 1° giorno di concepimento e giorno dopo giorno viene scritto il nostro futuro. Si comincia dal fetal programming, ovvero dalla programmazione fetale che avviene tra l’8° e la 10° settimana e stabilisce il destino e la funzionalità di ogni cellula del nuovo organismo in formazione: come funzionerà ogni organo, quali saranno le predisposizioni a patologie, quali saranno i benefici che ne trae, come si crea il gusto per gli alimenti ed è per questo che lo stile di vita e quindi l’alimentazione della mamma giocano un ruolo cruciale, ma anche lo stato emotivo della mamma è in grado di modulare la genetica e quindi il fetal programming del nascituro.

Lo svezzamento è la tappa che più mette in crisi, più difficile, più paurosa, è la tappa dove ogni genitore vorrebbe una guida, un elenco, un controllo, ma il senso dello svezzamento è LA SCOPERTA, la scoperta di nuovi alimenti, consistenze, gusti, sapori, azioni, coordinazione e così come il nostro bambino scopre la palla, il cane e impara a camminare in maniera attiva, così dovrebbe essere anche lo svezzamento, una scoperta attiva e graduale di consistenze, gusti e sapori tali da generare un comportamento alimentare sano e funzionale.

Sarà normale, e fa parte del gioco, in questa fase il rifiuto, le giornate difficili, i capricci l’assenza di tempo, così come sarà normale avere necessità di indicazioni su quando è preferibile iniziare, come, con quali alimenti, in che consistenze, come proporre un piatto ecc.

Segue la scelta e l’introduzione graduale di alimenti comuni al fine di mangiare tutti insieme a tavola, scelta che può essere effettuata in maniera consapevole avendo ogni singolo genitore una solida base di sana alimentazione:

“è meglio il fruttolo o lo yogurt greco?”

“quanto e come posso dare il fritto al mio bambino di 2 anni?”

” lo yogurt freddo farà male al mio bambino? devo lasciarlo a T° ambiente?

“mio figlio rifiuta tutte le verdure”

Potrei continuare all’infinito con le domande, le paure e la ricerca di una soluzione, ma ogni cosa va contestualizzata all’età, alla tipologia di alimentazione condotta e all’educazione in famiglia, a tale scopo infatti il servizio “Cuore di mamma” prevede proprio di insegnare ad ogni genitore in questa tappa come elaborare un menu settimanale adatto per tutta la famiglia.

Questo è solo l’inizio, avremo modo di approfondire ogni argomento nel dettaglio e in più ne parleremo insieme nel prossimo webinar in programma per venerdo 30 | 17:30 :

Scansionando il qr code potrai riservare il tuo posto!

Ti aspetto e alla prossima settimana!

a cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Il cibo come rifugio: la via facile ma non quella che cura davvero

Tutti, almeno una volta, abbiamo cercato nel cibo una tregua: dopo una giornata storta, un litigio in famiglia, uno stress sul lavoro o una paura che ci attanaglia dentro. Quel piatto preferito — un dolce, un cibo comfort, una porzione abbondante — sembra dare calore, sicurezza, sollievo ma a volte, basta.  

Il cibo diventa un riparo con un senso: rassicura, riporta una sensazione familiare, ci fa sentire “a casa”. Questo meccanismo del cosiddetto comfort food — cibo consolatorio — è noto e studiato. Da un lato può alleviare temporaneamente emozioni negative, stress e senso di vuoto. Tuttavia, se diventa l’unico “spazio sicuro” a cui rifugiarsi, rischia di diventare un’abitudine poco funzionale: la via facile, ma non quella che cura davvero.

Vorrei proporti una riflessione: cosa succederebbe se il tuo rifugio diventasse un posto dentro di te, anziché un piatto fuori di te? 

Trova il tuo “spazio sicuro alternativo”

Perché è necessario non cercare conforto solo nel cibo?  Perché il benessere reale — quello che dura nel tempo — nasce da una connessione con sé stessi, con le proprie emozioni, con la propria mente e il proprio corpo.

Ecco alcune idee da considerare come “salvagente personale”:

– 🎨 Un gesto creativo — dipingere, scrivere, ritagliare, incollare, progettare. Anche un semplice schizzo o un collage nasconde un potenziale di ascolto e riflessione.  

– 🧘‍♀️ Movimento consapevole — yoga, stretching, camminata a piedi o in bici: attiva il corpo, placa la mente grazie alla produzione di neurotrasmettitori quali dopamina e serotonina. 

– 🌿 Contatto con la natura — curare piante, stare nel verde, sentire aria e terra: rimette in equilibrio, il contatto e la manualità sono cura

– 🧹 Ordine e cura dello spazio che abiti — mettere in ordine, pulire, riordinare può essere un gesto di cura anche interiore.  

– 📚 Rito del silenzio o della lettura — creare un piccolo spazio e tempo per sé, per ricaricare mente e anima.

Queste attività — come dimostrano numerosi studi — possono funzionare come valide strategie di coping emotivo, ridurre la dipendenza dal cibo come unica via d’uscita alle emozioni e favorire un più sano equilibrio psico-fisico.

In pratica: trovare la tua “cassetta degli attrezzi” personale per reagire al malessere in modo diverso, più completo, più profondo.

Una scelta consapevole: nutri te stesso davvero 

Per questo nuovo anno ti invito a fare un piccolo esperimento di consapevolezza:  

Osserva: quando hai voglia di “rifugiarti” nel cibo, chiediti cosa c’è dietro quel desiderio.  

Sii curioso: prova per una settimana a sostituire almeno un momento di comfort‑food con uno dei tuoi “spazi sicuri alternativi”.  

Ascolta: valuta come ti senti. Forse la fame emotiva diminuirà. Forse troverai che la vera sazietà la dà un gesto, una pausa, un’abitudine gentile verso te stesso.  

E ricordati: il cibo può dare conforto, ma non può fare tutto da solo.  

Ti auguro di trovare — in mezzo alla frenesia, al caos e agli impegni — un angolo tutto tuo : un posto dove riposarti, ascoltarti, ricaricarti.  

Che questo nuovo anno ti regali non solo sapori, ma spazi di pace, spazi per sentire, respirare e accogliere.

E che il cibo, quando arriverà, sia davvero un nutrimento — del corpo e dell’anima.  

A cura di Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Mio figlio non mangia: cosa fare davvero ?

Quando un bambino smette di mangiare, mangia meno o rifiuta cibi che fino al giorno prima accettava senza problemi, nella maggior parte dei genitori si attiva un campanello d’allarme. 

L’alimentazione è uno dei bisogni primari che mamma e papà imparano a riconoscere, fin dai primi giorni di vita. Perché nutrire equivale a crescere, a proteggere, a prendersi cura. Proprio per questo motivo, qualsiasi difficoltà legata al cibo, anche se transitoria, viene percepita dal genitore come preoccupazione.

Anche tu, mamma o papà che stai leggendo, ti sarai trovato a porti una di queste domande:

 ‘’Perché non vuole più mangiare come prima?’’

• ‘’Lo sto viziando?’’

• ‘’È colpa mia?’’

• ‘’Sarà grave?’’

 La verità è che il rapporto del bambino con il cibo non è lineare, non è semplicemente l’introduzione di calorie, ma è il risultato di un insieme complesso di fattori:

▫ Lo sviluppo della motricità orale

▫ La maturazione neurologica

▫ La regolazione interna della fame

▫ La gestione delle emozioni

▫ La relazione con il genitore

▫ Il modo in cui il cibo viene proposto

Tutti questi aspetti cambiano costantemente nei primi anni, il bambino attraversa fasi di crescita rapide seguite da momenti di rallentamento fisiologico; periodi in cui l’esplorazione del modo è prioritaria rispetto al magiare; momenti di forte richiesta di autonomia e fasi in cui emergono paure e difficoltà. 

RICORDA: un bambino che mangia meno non è automaticamente un bambino che ‘’sta male’’ e allo stesso tempo, non tutte le difficoltà sono ‘’capricci’’ o fasi da ignorare. 

Per aiutarti davvero ad interpretare ciò che sta accadendo, vediamo insieme cosa è fisiologico aspettarsi nelle diverse età e perché il rapporto con il cibo può cambiare così tanto.

 

Fase 6-12 mesi: INIZIO DELLO SVEZZAMENTO

Tra i 6 e i 12 mesi il bambino passa da un’alimentazione esclusivamente a base di latte ad un’alimentazione sempre più varia. Questa fase è molto delicata poiché avvengono cambiamenti importanti come:

▫ Il bambino inizia ad autoregolarsi; mangia di più in alcuni giorni, meno in altri

▫ Inizia a sviluppare nuove capacità, come masticare, deglutire nuove consistenze, coordinare lingua e mascelle

▫ Inizia a capire che intorno a lui c’è un mondo interessante e di conseguenza il cibo passa in secondo piano

▫ Si prepara ai primi dentini e le gengive gonfie e indolenzite possono ridurre l’appetito

▫ Dopo i primi 4-6 mesi di rapida crescita, il fabbisogno calorico si stabilizza.

In questa fase è importante non forzare mai il bambino, bisogna proporre un cibo rifiutato nei giorni successivi senza però insistere; l’obiettivo, ora, non deve essere quanto mangia, ma la varietà e la qualità di quello che gli viene proposto. All’inizio è importante creare una routine: stessa postazione dove si fa la pappa, stessi orari e soprattutto pochi stimoli. Infatti, evitare la presenza di tv/tablet aiutano il bambino a concentrarsi sul cibo e a sviluppare la percezione di fame-sazietà.

Ci sono, però, pochi casi in cui il rifiuto del bambino in questa fase deve essere attenzionato consultando uno specialista:

– Blocchi persistenti con rigetto di cibo per oltre 2 settimane

– Incapacità di gestire le consistenze

– Pianto inconsolabile ai pasti

– Scarso accrescimento peso/altezza

– Vomito o diarrea ripetuto associato ai pasti.

 

Fase 12-24 mesi: IL BAMBINO DIVENTA ‘’SELETTIVO’’

 Questa qui è sicuramente la fase più frequente in cui i genitori dicono: ‘’Mio figlio non mangia più nulla’’!

Questi mesi sono caratterizzati da: 

▫ Calo naturale dell’appetito, poiché la crescita si riduce

▫ Inizia a presentarsi la neofobia alimentare, processo fisiologico di rifiutare nuovi cibi

▫ Impara a dire no per affermare la propria volontà 

▫ Inizia a svilupparsi il gusto e con questo anche la preferenza verso alcuni cibi piuttosto che altri

▫ Saltare un pasto, se occasionalmente, non è un problema poiché i bambini hanno la capacità di compensare quello di cui hanno bisogno nei pasti successivi.

 Il ruolo del genitore, in questa fase, è fondamentale: è lui a stabilire che cosa, dove e quando si mangia, mentre il bambino decide se mangiare e quanto. I più piccoli imparano soprattutto per imitazione, quindi è importante creare momenti in famiglia in cui si mangia insieme, dando un buon esempio.

Evita i ricatti o le pressioni: portano il bambino a classificare gli alimenti come “buoni” o “cattivi” e peggiorano il rapporto con il cibo. Se il bambino rifiuta ciò che è stato preparato, non offrire alternative, snack o latte: è normale che a questa età servano numerose esposizioni (anche 10-15 volte) prima che un alimento venga accettato.

Anche in questa fase, però, ci sono dei segnali che devono portarti a chiedere l’intervento di un professionista:

– Rifiuta la maggior parte dei cibi solidi

– Mangia meno di 5-10 alimenti in totale

– Mostra forte ansia al momento del pasto

– Cresce poco o perde peso

– Presenta difficoltà di masticazione o deglutizione

 

Dai 24 mesi in poi: CAPRICCI, AUTONOMIE E… VERE DIFFICOLTA’

 Eccoci all’ultima fase, dopo i due anni entrano in gioco molti più fattori: cognitivi, emotivi, sociali. 

 Quello che può succedere qui è:

▫ La fase della neofobia dura di più, arrivando anche ai 5-6 anni

▫ C’è una maggiore sensibilità alle consistenze e questo può portare alcuni bimbi a rifiutare specifici cibi

▫ Vogliono avere maggiore controllo e il cibo diventa un momento di confronto

▫ Possono prendere piede abitudini sbagliate come mangiare in giro per casa, davanti alla tv o ad orari improbabili

▫ Iniziano a presentarsi le emozioni e il cibo diventa regolatore emotivo o campo di battaglia

 Niente paura mamma e papà, basta anche qui affrontare tutto con calma e serenità: stabilite una routine; coinvolgete i vostri bimbi nella scelta del menù e nelle preparazioni dei piatti; iniziate a fargli capire che si può mangiare tutto, ma ci sono delle regole per alcuni alimenti; accogliete il rifiuto di un pasto chiedendo come mai e senza trasformarlo in un conflitto.

In questa fase, invece, i segnali ai quali dovete porre attenzione sono:

– Selettività grave e nutrizionalmente rischiosa

– Disturbi della masticazione o disfagia

– Problemi gastrointestinali 

– Estremo disagio ai pasti 

– Comportamenti ossessivi legati al cibo.

 Il rapporto tra bambini e cibo è un percorso fatto di scoperte, rifiuti, cambiamenti e nuove abitudini. Non è una prova da superare, né per il bambino né per il genitore. 

Il compito del genitore non è convincerlo a mangiare, ma creare le condizioni affinché lui possa farlo: tutto questo periodo serve al bambino per imparare ad ascoltare il proprio corpo e a costruire un legame sano con il cibo. 

Un rifiuto può essere semplicemente un passaggio naturale della crescita e riconoscerlo evita conflitti inutili. Se, invece, qualcosa preoccupa davvero chiedere supporto è un gesto di cura, non di fallimento. 

Per approfondire questi argomenti e raccontare la tua esperienza ti aspettiamo nella diretta di Lunedì 15 alle ore 13:30. Attiva il reminder

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista in collaborazione con dott.ssa Sara Falcone – Biologa Nutrizionista

 

Il percorso nutrizionale: tra resistenze psicologiche e nuove possibilità

Il cambiamento delle abitudini alimentari è un processo molto più complesso del semplice “seguire una dieta”. Si tratta di un vero e proprio percorso di trasformazione identitaria e comportamentale, in cui corpo e mente devono muoversi all’unisono. Tuttavia, nonostante la motivazione iniziale, molti di voi possono trovarsi presto a fare i conti con resistenze psicologiche che ostacolano il cambiamento.

Le Resistenze al Cambiamento

Secondo vari studi sul comportamento umano (Prochaska & DiClemente, 1983), il cambiamento è raramente lineare e tende a incontrare ostacoli interni. Ecco alcune delle principali resistenze osservate nel contesto nutrizionale:

Autosabotaggio: meccanismi inconsci che portano a invalidare i propri progressi (“tanto fallirò di nuovo”).

Perfezionismo: una rigidità mentale che porta a mollare tutto al primo errore (“o tutto o niente”).

Negazione: minimizzare o rimuovere la consapevolezza del problema (“non mangio tanto, è il metabolismo”).

Proiezione: attribuire ad altri la responsabilità delle proprie difficoltà (“se non avessi figli e famiglia sarebbe tutto più semplice”)

Paura del successo: timore inconscio che il cambiamento porti con sé nuove aspettative o destabilizzi relazioni e ruoli sociali (“E se non riuscissi? Meglio non iniziare”)

La bella notizia: abbiamo degli strumenti per superare le resistenze

1. Diario di consapevolezza: Scrivere ogni giorno cosa si è mangiato, come ci si sentiva prima/dopo e cosa ha influenzato quella scelta. Aiuta a distinguere cause interne da cause esterne.

2. Domande chiave da porsi:

   – Cosa posso fare io, anche in un contesto difficile?

   – Quali scelte sono davvero sotto il mio controllo?

   – Sto usando gli altri come scusa per non assumermi la responsabilità?

3. Costruire un Alleanza terapeutica: Il lavoro con un nutrizionista (e quando serve uno psicologo) aiuta a “guardarsi dentro” senza giudizio, sciogliere le difese e trovare soluzioni pratiche.

4. Obiettivi realistici: Uscire dal perfezionismo è fondamentale. Piccoli passi, adattabili alla propria quotidianità, sono più sostenibili e motivanti.

Il cambiamento non è una semplice questione di forza di volontà, ma richiede introspezione, supporto e strumenti concreti. Le resistenze fanno parte del processo, ma riconoscerle – soprattutto quando si mascherano da giustificazioni plausibili – è il primo passo verso un’alimentazione consapevole, autonoma e duratura.

Cambiare si può, ma solo quando si smette di puntare il dito fuori e si inizia a guardarsi dentro, con gentilezza e verità.

A cura di Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Svezzamento: gli errori da evitare per vivere questo momento con serenità

Lo svezzamento rappresenta una tappa importante nella crescita del bambino, non solo da un punto di vista nutrizionale ma anche emotivo e relazionale. È proprio in questa fase che molte mamme si sentono vulnerabili, cariche di aspettative, dubbi e paure. Affrontare lo svezzamento con informazioni basate sull’evidenza scientifica può ridurre l’ansia e favorire un approccio più rilassato, rispettoso dei tempi e dei bisogni del bambino.

Di seguito analizziamo gli errori più comuni da evitare, approfondendone le cause, i rischi e le strategie per affrontarli con maggiore consapevolezza.

1. Anticipare i tempi senza segnali di prontezza: Iniziare lo svezzamento solo “perché è arrivato il 4° o 6° mese” senza osservare i segnali di prontezza può essere un errore. Secondo le raccomandazioni OMS e ESPGHAN, l’introduzione degli alimenti solidi dovrebbe avvenire tra i 5 e i 6 mesi, ma solo quando il bambino mostra specifici segnali: controllo del capo, interesse per il cibo, capacità di stare seduto con poco supporto, scomparsa del riflesso di estrusione.

Perché evitarlo: Introdurre cibi solidi troppo presto può aumentare il rischio di soffocamento, allergie, e può compromettere l’apporto di nutrienti fondamentali contenuti nel latte materno o formulato.

2. Forzare il bambino a mangiare: 

“No, devi finirlo tutto!”  

Una frase comune ma controproducente. L’alimentazione non deve diventare una battaglia. Il bambino è naturalmente in grado di autoregolarsi: alcuni giorni mangerà di più, altri meno. Forzarlo può rompere la fiducia nel momento del pasto e innescare dinamiche disfunzionali.

Perché evitarlo: Studi sul comportamento alimentare infantile mostrano che la coercizione nel mangiare può portare a una minore accettazione dei cibi e a un aumentato rischio di disturbi alimentari in età successive. (Birch & Fisher, 1998). Costringere un bambino a mangiare può compromettere la sua capacità di autoregolarsi e aumentare il rischio di disturbi alimentari in età successive (Birch & Fisher, 1998). L’alimentazione dovrebbe essere guidata dalla fame e dalla curiosità, non dalla pressione.

3. Dare cibo solo frullato per troppo tempo: Anticipare può aumentare il rischio di soffocamento, allergie o problemi digestivi. Rimandare troppo, invece, può ostacolare l’apprendimento delle abilità orali e masticatorie. L’utilizzo di frullati e pappe non dovrebbero durare mesi. E’ utile iniziare con consistenze morbide, ma è anche fondamentale introdurre nel tempo consistenze più “corpose” (es. cibi schiacciati, pezzetti morbidi) è fondamentale.

Perché? : La masticazione stimola i muscoli oro-facciali, favorisce la digestione, prolunga il tempo del pasto e induce maggiore sazietà. Inoltre, aumenta la varietà e riduce il rischio di selettività alimentare.

4. Usare schermi o distrazioni durante i pasti: Usare tablet o TV per “farlo mangiare” sembra una scorciatoia utile, ma è dannosa.

Perché? Impedisce al bambino di esplorare con vista, tatto e olfatto, Riduce l’attenzione ai segnali interni di fame/sazietà e Ostacola la relazione con il cibo

Uno studio su JAMA Pediatrics (2020) ha dimostrato che i bambini distratti da schermi mangiano di più, ma senza consapevolezza.

5. Offrire alimenti a rischio soffocamento: Ci sono cibi che, se non tagliati o cotti correttamente, aumentano i rischi: uva intera, carote crude, frutta secca intera, pezzi duri.

Segui le indicazioni di SIPPS, ESPGHAN e AAP per offrire cibi in modo sicuro, oppure leggi questo articolo per una guida pronta all’uso.

6. Proiettare ansie e paure sul bambino:

“E se non mangia abbastanza?”  

“E se gli manca qualcosa?”

Il rischio è quello di rendere il pasto un momento carico di tensione e il bambino lo percepisce.

Cosa fare? Affidati al pediatra o a un nutrizionista e ricorda che le prime fasi sono di pura sperimentazione. Non contare ogni grammo, ma osserva il comportamento globale, più sei serena, più lui sarà sereno.

– Non esiste un “manuale perfetto”, ma il tuo bambino ha già le competenze per guidarti

– Fidati del suo istinto, affiancato dal tuo sostegno  

– Prepara il terreno con cura, ma lascia spazio alla scoperta  

– Il cibo è relazione, esperienza, crescita  

Questo momento è cruciale per il resto della sua vita: creare un clima alimentare positivo fin da piccoli aiuta il bambino ad avere un rapporto sano con il cibo anche da adulto.

Se ti senti incerta o impaurita, sappi che non sei sola. Informarsi, confrontarsi con esperti e condividere i dubbi è il primo passo verso uno svezzamento più consapevole. Ogni pasto è un’occasione per crescere insieme.

Concediti tempo, fiducia e ascolto. Perché uno svezzamento sereno inizia anche da te.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

ADHD: quando il comportamento racconta un bisogno

Uno sguardo alla pedagogia

L’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) è un disturbo del neurosviluppo che si manifesta con difficoltà nel mantenere l’attenzione, impulsività e iperattività, e viene solitamente diagnosticato in età scolare. Dal punto di vista pedagogico, è fondamentale superare l’etichetta e accogliere il comportamento del bambino come espressione di un bisogno.

Non si tratta semplicemente di “bambini vivaci” o “che non ascoltano”, ma di piccoli individui che vivono una fatica concreta nel regolare le proprie emozioni e le proprie risposte all’ambiente. È importante creare spazi educativi strutturati, ma anche relazioni rassicuranti, in cui il bambino possa sentirsi accolto, compreso e sostenuto nel suo percorso evolutivo.

Aspetti emotivi da considerare

Bambini con ADHD possono sperimentare spesso frustrazione, senso di inadeguatezza e rifiuto, specie in contesti scolastici o sociali. Spesso ricevono correzioni continue, che alimentano la loro insicurezza e un’immagine di sé negativa.

Per questo, il sostegno emotivo da parte della famiglia e dei professionisti è cruciale: non si tratta di “correggere”, ma di accompagnare il bambino, valorizzando i suoi punti di forza e offrendo strumenti di regolazione emotiva.

L’importanza dell’alimentazione nei bambini con ADHD

Anche se l’alimentazione non cura l’ADHD, numerosi studi hanno evidenziato come la dieta possa influenzare i sintomi, regolazione dell’umore, l’energia e la capacità di attenzione. Ecco alcuni aspetti chiave:

1. Regolarità dei pasti e indice glicemico: I bambini con ADHD possono essere sensibili agli sbalzi glicemici. Una dieta ricca di zuccheri semplici può causare picchi e cali di energia e attenzione. È utile mantenere pasti e spuntini regolari, prediligendo alimenti a basso indice glicemico (cereali integrali, legumi, frutta fresca…).

2. Integrazione di nutrienti chiave: Studi (Millichap et al., 2012; Pelsser et al., 2011) mostrano che alcuni nutrienti sono spesso carenti nei bambini con ADHD:

Omega-3 (EPA e DHA): migliorano la funzione cerebrale e la regolazione dell’umore. Lo trovi in: pesce azzurro, semi di lino, integratori certificati.  

Ferro e zinco: coinvolti nella trasmissione dopaminergica, possono modulare i sintomi.  

Magnesio e vitamina B6: utili nella gestione dell’irritabilità e dell’impulsività.  

3. Diete di eliminazione o alimentazione “pulita”? : Alcuni studi hanno sperimentato diete di eliminazione per rilevare sensibilità individuali a determinati alimenti o additivi (coloranti, conservanti). Tuttavia, queste restrizioni vanno sempre personalizzate e mai improvvisate. In generale, è preferibile un’alimentazione naturale, equilibrata e varia, ricca di cibi freschi e povera di ultra-processati.

4. La relazione col cibo come strumento educativo

Il momento del pasto è anche un tempo educativo e relazionale. Evitare rigidità eccessive, creare rituali sereni, coinvolgere il bambino nella preparazione dei pasti può rafforzare il senso di sicurezza e contenimento.  

ADHD non è un’etichetta ma una chiave di lettura: per comprenderlo è necessario un approccio integrato che tenga conto del bambino nella sua interezza

– La pedagogia aiuta a leggere i comportamenti come segnali.

L’educazione emotiva accoglie la fatica e costruisce fiducia.  

– La nutrizione sostiene il corpo e la mente nel lungo termine.

È solo dalla sinergia tra queste competenze che nasce un vero percorso di supporto.

Dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Stipsi: quando la regolarità intestinale non è solo un’ideale

Normalità e mito della stipsi

Molti (troppi) dicono frasi del tipo “sono sempre stat* stitic*” oppure “non vado regolarmente in bagno” come se fosse un destino inevitabile. Tuttavia, la regolarità intestinale non è un lusso, ma uno degli indicatori fondamentali di salute gastro-intestinale e sistemica: il tratto intestinale ha un ruolo centrale nell’assorbimento dei nutrienti, nella modulazione immunitaria, nella produzione di metaboliti utili (come acidi grassi a catena corta) e nella relazione con il microbiota.

La stipsi è tra i disordini gastrointestinali più comuni: si stima che circa il 14 % della popolazione mondiale ne sia affetta almeno episodicamente. In uno studio statunitense, è stato dimostrato che una migliore qualità generale della dieta (indice HEI-2015) risultava associata a minori probabilità di costipazione (definita tramite frequenza o consistenza delle feci).

Quante “stipsi” conosci ?

La stipsi non è un’unica entità: per comprendere meglio come intervenire è utile distinguerne almeno due forme principali:

1. Stipsi da transito lento: È caratterizzata da un rallentamento del tempo di transito attraverso il colon. I pazienti spesso riferiscono movimenti intestinali rari (meno di 2‑3 volte a settimana), sensazione di evacuazione incompleta, uso frequente di sforzo.  

In questi casi, il problema non è tanto la consistenza delle feci, quanto la difficoltà motoria del colon nel muoverle.  Uno studio ha evidenziato che l’assunzione quotidiana di fibre solubili per quattro settimane può accelerare il transito colico e alleviare i sintomi .

2. Stipsi da predominanza di consistenza (feci dure, difficili da espellere) : In questa forma, il problema è che le feci diventano eccessivamente dure, secche e compatte, rendendo difficile l’espulsione. Anche con un transito non estremamente rallentato, la consistenza “troppo difficile” costituisce un ostacolo.  

– Le caratteristiche includono sforzo eccessivo, sensazione di blocco, uso di clisteri o supposte occasionali.  

– Comuni fattori coinvolti includono scarsa idratazione, basso contenuto di fibra solubile, dieta povera di prebiotici che favoriscono produzione di acqua intraluminale, alterazioni del microbiota locale.

Queste due forme non sono mutualmente esclusive: in molti pazienti convivono elementi di rallentamento del transito e feci dure.

Strategie nutrizionali: alimenti utili a supporto

Le strategie consigliate variano a seconda del quadro predominante (transito lento vs consistenza) e della tolleranza individuale. È sempre consigliato il supporto di un professionista.

Migliorare la motilità e accelerare transito: Possono essere utili: Fibre solubili (psillio, pectina, inulina, gomma di guar), frutti con effetto lassativo (prugne, fichi, kiwi), acqua minerale ricca di magnesio

Ammorbidire la consistenza: Possono essere utili: Fibre solubili, incremento dell’idratazione, olio extravergine (piccola quantità), alimenti fermentabili (yogurt, kefir, verdure)

Supporto al microbiota: Possono essere utili: Prebiotici (fibre fermentabili) e alimenti ricchi di polifenoli (frutta, verdura, tè verde. M

 

Possiamo capire che frasi del tipo: “sono sempre stat* stitic*” può sembrare una condanna, ma nella maggior parte dei casi è un segnale che qualcosa va migliorato, non un destino immutabile.  

Essere capaci di distinguere se prevale un problema di transito lento o di consistenza può guidare le scelte alimentari e strategiche insieme al tuo professionista di riferimento.

Resta informato e impara ad ascoltarti.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Il cibo come rifugio: emotività, fragilità e alimentazione nelle sfide quotidiane

Viviamo in una società in cui si corre, si produce, si deve “resistere”. E in tutto questo, l’emotività — soprattutto se fragile — sembra non avere spazio. Eppure, siamo esseri emotivi per natura. In un contesto fatto di tensioni, aspettative e instabilità, molte persone trovano rifugio nel cibo.

Ma perché succede? E cosa accade davvero dentro di noi?

Essere emotivamente fragili: non è debolezza, è realtà

La fragilità emotiva non è una colpa né una condizione da giudicare. È spesso il risultato di un vissuto stressante, di traumi non elaborati, o semplicemente di una sensibilità profonda. Questa fragilità, se non ascoltata e compresa, può portare a meccanismi compensativi. Uno dei più comuni? Il cibo.

Quando la quotidianità pesa troppo

Tra lavoro, famiglia, cura di sé, relazioni e incertezze del presente, le giornate diventano faticose. Lo stress cronico stimola il rilascio di cortisolo, un ormone che, a lungo andare, può aumentare il desiderio di cibi ipercalorici e ricchi di zuccheri, come mostrano numerosi studi (Yau & Potenza, 2013; Adam & Epel, 2007).

Il cibo come strategia di coping

Mangiare non è solo un atto fisiologico. È spesso un modo per “tamponare” un’emozione negativa. Rabbia, tristezza, ansia, solitudine: tutte emozioni che il nostro cervello può imparare a gestire attraverso l’assunzione di cibo, creando un legame condizionato (Macht, 2008).  Il piacere legato a determinati alimenti (comfort food) stimola il rilascio di dopamina e serotonina, dando un senso di sollievo… ma solo temporaneo.

Quando l’alimentazione smette di essere sana

Questo uso “emotivo” del cibo può interferire con la salute, il peso e la relazione con il proprio corpo. Si sviluppa un rapporto disfunzionale in cui il cibo è nemico e rifugio allo stesso tempo. Questo schema, se reiterato, può sfociare in veri e propri disturbi del comportamento alimentare o in un’alimentazione impulsiva, fuori controllo, spesso seguita da sensi di colpa e restrizioni.

Cosa fare: consapevolezza e supporto

Per uscire da questo ciclo non servono diete restrittive. Serve un percorso integrato di ascolto e consapevolezza. Il supporto psicologico può aiutare a identificare le emozioni, riconoscerle e dar loro voce senza “anestetizzarle” con il cibo. Allo stesso tempo, un accompagnamento nutrizionale empatico e personalizzato aiuta a ricostruire un rapporto sereno con il cibo, restituendogli la sua funzione originaria: nutrire e dare energia.

Mangiare è anche un atto emotivo. E va bene così. Il problema non è cedere ogni tanto, ma usare sempre il cibo come unica via per sopravvivere emotivamente.

Se ti riconosci in queste dinamiche, sappi che non sei sol* e che c’è una via diversa: più consapevole, rispettosa e gentile.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta CarielloBiologa Nutrizionista

Svezzamento senza ansie: inizia con serenità

Lo svezzamento rappresenta un momento di grande cambiamento sia per il bambino che per la famiglia. Sempre più genitori si avvicinano al metodo dell’autosvezzamento, attratti da un approccio più naturale, rispettoso dei tempi del bambino e in linea con l’alimentazione familiare. Tuttavia, senza una corretta informazione, si rischia di commettere errori che possono ostacolare questo percorso. In questo articolo analizzeremo i fondamenti scientifici dell’autosvezzamento, le sue potenzialità, ma anche le attenzioni necessarie per viverlo in modo sicuro e sereno.

Cos’è l’autosvezzamento?

L’autosvezzamento, secondo le linee guida SIPPS (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale), non è una “moda” ma un modello alimentare basato sull’integrazione graduale e autonoma del bambino al pasto familiare, senza forzature o schemi rigidi. Si parte non da un calendario, ma dall’osservazione del bambino e della sua prontezza a livello motorio, neurologico e digestivo.

Segnali di prontezza:

– Saper stare seduto con buon controllo del capo

– Perdere il riflesso di estrusione

– Mostrare interesse per il cibo

– Coordinare mani, occhi e bocca

La letteratura scientifica, incluse le raccomandazioni dell’OMS, supporta l’introduzione del cibo complementare dopo il 6° mese, con proseguimento dell’allattamento, materno o artificiale. Studi (Blissett, 2011; Brown & Lee, 2015) dimostrano che i bambini che seguono un approccio autoregolato mostrano maggiore consapevolezza di fame e sazietà e minor rischio di sviluppare disturbi alimentari o obesità.

I vantaggi dell’autosvezzamento 

Autoregolazione: il bambino decide quanto mangiare, imparando ad ascoltare il proprio corpo

Diversità alimentare: più varietà di sapori e consistenze fin da subito

Partecipazione: il bambino si sente incluso nei pasti familiari

Sviluppo della motricità: manipolazione e coordinazione migliorano

Gli errori comuni da evitare

L’agitazione, la pressione sociale e l’insicurezza possono spingere un genitore ad alte aspettative e confronti incappando in errori:

1. Iniziare troppo presto: Anticipare l’introduzione degli alimenti solidi prima dei 6 mesi può aumentare il rischio di infezioni e carenze nutrizionali. Attendi i segnali di prontezza: è fondamentale.

2. Proporre alimenti non sicuri per consistenza: Tagli errati, cibi rotondi o troppo duri possono aumentare il rischio di soffocamento. Segui le linee guida BLISS per la sicurezza alimentare o approfondisci in questo articolo.

3. Offrire alimenti troppo salati o zuccherati: Il palato si educa precocemente. È preferibile evitare snack industriali e cibi eccessivamente sapidi o dolci.

4. Limitare l’apporto di ferro: Dopo i 6 mesi, l’apporto di ferro non è più garantito dal solo latte. Via libera a carne, legumi, uovo e cereali integrali.

5. Sostituire pasti con solo frutta o latte: Il pasto deve contenere macronutrienti (proteine, carboidrati, grassi) ed essere bilanciato. Frutta sì, ma non al posto del pasto. 

Il ruolo della famiglia

L’autosvezzamento richiede che la famiglia sia consapevole e coinvolta: il bambino impara per imitazione. Offrire pasti equilibrati, vari e consumati insieme rappresenta una strategia educativa potente. È importante che genitori e caregiver siano sereni e non esercitino pressioni: mangiare deve restare un momento positivo e di scoperta.

Consigli pratici per iniziare:

– Offri porzioni piccole e lascia che il bambino esplori i nuovi alimenti e le diverse consistenze

– Prepara gli alimenti in modo sicuro (tagli a bastoncino, consistenza morbida)

– Non distrarti: la supervisione è essenziale

– Mantieni la routine dei pasti ma rispetta i tempi del bambino

– Offri l’acqua fin da subito, preferibilmente in bicchierino

L’autosvezzamento è una modalità naturale di avvicinamento al cibo, ma va accompagnato da consapevolezza, pazienza e informazione scientifica. Ogni bambino ha i propri tempi, e ogni famiglia può trovare il giusto equilibrio con il supporto di professionisti (nutrizionista, pediatra, ostetrica) aggiornati e disponibili.

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A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Gestosi in gravidanza: il ruolo della nutrizione prima, durante e dopo

La preeclampsia (o gestosi) è una complicanza della gravidanza caratterizzata da ipertensione arteriosa e proteinuria (presenza di proteine nelle urine) che si manifesta dopo la 20ª settimana di gestazione. È una condizione seria che può avere conseguenze importanti per la mamma e per il feto, e che merita attenzione, prevenzione e gestione integrata — anche a tavola.

Cosa causa la gestosi?

Le cause non sono ancora completamente note, ma si ritiene che coinvolgano una disfunzione placentare, una risposta infiammatoria sistemica, alterazioni immunologiche e fattori genetici.

Tra i fattori di rischio:

– Prima gravidanza

– Gravidanza gemellare

– Obesità o sovrappeso

– Storia familiare o personale di ipertensione

– Diabete preesistente

– Età materna avanzata (>35 anni)

Un po di biologia e fisiologia

In una gravidanza normale, i vasi sanguigni dell’utero si adattano per far arrivare abbastanza sangue e ossigeno al feto. Ma nella gestosi, questa trasformazione avviene male o in modo incompleto: i vasi restano stretti e al alta resistenza.

Di conseguenza, la placenta riceve meno sangue, si “stressa” e rilascia sostanze dannose nel corpo della madre. Queste sostanze alterano la circolazione, causando pressione alta, infiammazione, problemi ai reni e altre complicazioni. In più, lo stress della placenta aumenta l’infiammazione e la ritenzione di liquidi, peggiorando la situazione generale della mamma.

Il ruolo della nutrizione

Anche se la nutrizione non è l’unico elemento, può avere un impatto nella prevenzione e gestione della gestosi. Difatti non esistono alimenti “da escludere completamente” per tutte le mamme in modo universale prima e dopo la gravidanza. Tuttavia, in presenza di rischio o diagnosi di gestosi (preeclampsia) ci sono categorie di alimenti che è fortemente consigliato limitare o evitare, per ridurre il rischio di ipertensione, infiammazione e sovraccarico renale al fine di sostenere il benessere vascolare e metabolico.

1. Controllo dell’apporto di sodio e di grassi saturi: Ridurre il consumo di sale può aiutare a tenere sotto controllo la pressione arteriosa.

Attenzione a: Prodotti confezionati, Snack salati, Salumi, insaccati, formaggi stagionati, piatti pronti, fast food, burro, margarine, prodotti da forno, carni grasse.

Preferire invece erbe aromatiche, limone e spezie per insaporire.

2. Aumento degli antiossidanti: Frutta e verdura di stagione ricche di vitamina C, E e polifenoli contribuiscono alla riduzione dello stress ossidativo, implicato nella preeclampsia.

3. Omega-3 e grassi buoni: Acidi grassi omega-3 (EPA e DHA), presenti in pesce azzurro, noci, semi di lino e olio extravergine d’oliva, sono utili per la funzione endoteliale e la prevenzione dell’ipertensione.

4. Adeguato apporto proteico e controllo del peso: Un apporto bilanciato di proteine di alta qualità (carne bianca, pesce, legumi, uova) supporta il metabolismo senza sovraccaricare i reni. Evitare aumenti di peso eccessivi è essenziale.

5. Attenzione ai carboidrati raffinati: Limitare zuccheri semplici e farine raffinate da dolci industriali, bevande zuccherate, pane e riso bianco, cereali raffinati da colazione, riduce il rischio di resistenza insulinica e infiammazione che possono contribuire allo sviluppo della gestosi.

6. Idratazione costante: Mantenere un’adeguata idratazione sostiene la funzione renale e il volume plasmatico.

7. Alcol e caffeina: L’Alcol è tossico per il feto e peggiora l’ipertensione, va completamente eliminato, la caffeina ha effetto vasocostrittore, é consentito un caffè al giorno.

E dopo il parto?

Anche nel post-partum, soprattutto nelle prime 6-8 settimane, l’alimentazione gioca un ruolo nel recupero dell’equilibrio pressorio, nella gestione del peso e nella prevenzione di future complicanze cardiovascolari.

Inoltre, la donna che ha sviluppato preeclampsia ha un rischio aumentato di ipertensione cronica e sindrome metabolica: educare a uno stile alimentare sano è un investimento sulla salute futura.

La gestosi è una sfida medica complessa che richiede un approccio multidisciplinare. Una corretta alimentazione non sostituisce le cure mediche, ma rappresenta un pilastro essenziale nella prevenzione, nella gestione e nel sostegno globale alla salute della donna.

Chiedere supporto al tuo nutrizionista specializzato durante la gravidanza significa proteggere sé stesse e il proprio bambino.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

I primi 1000 giorni: 5 buone abitudini per la salute del tuo bambino

I primi mille giorni di vita, dal concepimento ai due anni, sono fondamentali per lo sviluppo fisico e cognitivo del bambino. Instaurare buone abitudini in questo periodo può influenzare positivamente la sua salute futura, vediamone alcune insieme:

1. Genitori come modelli di stile di vita sano

I bambini apprendono osservando. Genitori che adottano una dieta equilibrata e praticano attività fisica regolare trasmettono ai figli l’importanza di uno stile di vita sano. Coinvolgere i piccoli in attività quotidiane, come cucinare insieme o fare passeggiate, rafforza questo apprendimento.

2. Monitorare la crescita del bambino

Osservare regolarmente peso, altezza e sviluppo motorio aiuta a identificare tempestivamente eventuali anomalie. Consultare periodicamente il pediatra e mantenere un diario di crescita può essere utile per seguire l’evoluzione del bambino.

3. Iniziare lo svezzamento al momento opportuno

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’allattamento esclusivo fino ai sei mesi. Introdurre alimenti solidi dopo questo periodo, seguendo le indicazioni del pediatra, permette al bambino di sviluppare gradualmente nuove competenze alimentari. Non iniziare lo svezzamento prima dei 6 mesi.

4. Varietà di frutta e verdura fin da subito

Offrire una gamma colorata di frutta e verdura stimola la curiosità e il palato del bambino. Giocare con i colori nel piatto e coinvolgere il piccolo nella preparazione dei pasti può rendere l’esperienza alimentare più piacevole e educativa.

5. Promuovere l’attività fisica precoce

Incoraggiare il movimento fin dai primi mesi, attraverso giochi adatti all’età, favorisce lo sviluppo motorio e la coordinazione. Man mano che il bambino cresce, attività come il nuoto o il gioco all’aperto contribuiscono a instaurare una routine attiva che porterà come stile di vita.

Adottare queste abitudini nei primi mille giorni crea una solida base per la salute e il benessere del tuo bambino. Ricorda, ogni piccolo passo conta!

A cura di Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista