Privazione alimentare: perché eliminare gli alimenti che amiamo non è la soluzione per perdere peso

Dopo un periodo di eccessi come le vacanze estive, le festività o semplicemente quando ci si guarda allo specchio e si decide di “rimettersi in forma”, molte persone ricorrono a strategie drastiche: eliminare pane, dolci, pizza, Nutella, gelato, e tutto ciò che viene percepito come “alimento sbagliato“.  

Questo approccio basato sulla privazione alimentare può, nel breve termine, portare a una rapida perdita di peso. Tuttavia, numerosi studi (Polivy & Herman, 2002; Lowe et al., 2013) hanno evidenziato come queste restrizioni rigide siano associate a un rischio maggiore di alimentazione incontrollata, cicli di abbuffate e senso di colpa, favorendo un ritorno alle vecchie abitudini alimentari, spesso con un effetto rebound.

Cosa succede quando ci si priva?

Privarsi di un alimento capace di offrire piacere, senza alcuna reale motivazione clinica (come allergie o patologia), attiva un circolo vizioso: più ci si priva, più cresce il desiderio. Il cibo proibito diventa un’ossessione, e quando si “cede” lo si fa in maniera impulsiva, spesso senza controllo.

Questo ciclo è noto come “effetto yo-yo“, ed è ben documentato in letteratura per i suoi effetti negativi sia sul metabolismo che sul benessere psicologico. Perdere e mettere peso equivale ad assicurare e togliere nutrienti fondamentali, senza un criterio, con notevoli ripercussioni metaboliche.

Il valore dell’educazione alimentare

L’obiettivo di un percorso nutrizionale efficace non è insegnare ad evitare, ma a scegliere consapevolmente. Non serve bandire la pizza, ma capire quanto e quando inserirla nel contesto di uno stile di vita sano e bilanciato. Educare al gusto, alla varietà, e all’ascolto dei segnali di fame e sazietà è molto più utile (Van Strien, 2018).

Concedersi non significa “sgarrare”

Gli alimenti ad alta densità calorica, come dolci o cibi ricchi di grassi, possono far parte di una dieta sana se inseriti con equilibrio.

Lo “sgarro” infatti è un concetto da superare, di cui spesso se ne sente parlare come se si stesse commettendo un errore o una colpa quando si mangia un alimento più calorico, un dolce o una pizza. Ma in realtà, questa parola porta con sé un carico emotivo negativo che rischia di compromettere il rapporto con il cibo.

Preferisco non parlare di sgarro, perché non esistono alimenti giusti o sbagliati, ma contesti, quantità e frequenze.  

Imparare a integrare consapevolmente tutti gli alimenti nella propria alimentazione, anche quelli considerati “non sani”, è il passo più importante per costruire un equilibrio duraturo. Non è lo sgarro il problema, ma l’atteggiamento con cui lo si vive. Solo abbandonando la logica del bianco o nero, tutto o niente, si può raggiungere una vera libertà alimentare.

Un percorso di dimagrimento o di benessere non si costruisce sull’eliminazione o sulla concessione una tantum ma, sulla costruzione di nuove abitudini sostenibili. Il cambiamento duraturo non nasce dalla rinuncia, ma dalla consapevolezza.

Concedersi non è fallire. È imparare a nutrirsi con equilibrio, rispetto e libertà.

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Perché ci piace il croccante? Il piacere sensoriale e il ruolo della masticazione nella sazietà

Il suono di una patatina che si spezza, la consistenza di una fetta di pane tostato, la croccantezza di una mela: questi elementi non solo deliziano il palato, ma influenzano anche la nostra percezione del cibo e la sensazione di sazietà.

Il fascino sensoriale del croccante

La preferenza per i cibi croccanti è radicata in una combinazione di stimoli sensoriali. Il suono prodotto durante la masticazione, ad esempio, è stato identificato come un fattore chiave nel piacere alimentare. Il professor Charles Spence dell’Università di Oxford ha evidenziato che il suono del cibo, come il “crunch” di una patatina, può influenzare la percezione del gusto e della freschezza, mentre una consistenza molle può suggerire deterioramento.

Sensorialità: cosa accade a livello fisiologico e neurologico?

Il cibo croccante stimola contemporaneamente più sensi: il tatto (texture), l’udito (suono), la vista e ovviamente il gusto. Secondo uno studio pubblicato su Appetite (Spence et al., 2019), il suono del cibo che mastichiamo influenza anche la gratificazione e soddisfazione. Il “crunch” attiva l’area uditiva e quella limbica, aumentando la sensazione di piacere e rendendo il cibo più appagante.

Il suono del croccante attiva infatti anche il circuito della ricompensa dopaminergica, rilasciando dopamina, l’ormone del piacere. Questo significa che il cervello associa al “crunch” una sensazione positiva, memorizzandolo come “desiderabile”. Alcuni studi mostrano che il solo ascoltare il rumore croccante può aumentare la salivazione e stimolare l’appetito.

La masticazione e la sazietà

Oltre al piacere sensoriale, la masticazione svolge un ruolo cruciale nella regolazione dell’appetito. Studi hanno dimostrato che una maggiore attività masticatoria può influenzare la sensazione di sazietà. Ad esempio, uno studio ha rilevato che aumentare il numero di masticazioni prima di deglutire può ridurre la fame e l’assunzione di cibo successiva.

Inoltre, la consistenza del cibo può influenzare la velocità di consumo. Alimenti più duri o viscosi richiedono più tempo per essere masticati, aumentando l’esposizione sensoriale orale e contribuendo a una maggiore sensazione di sazietà.

Masticazione e sazietà: i meccanismi fisiologici

La masticazione prolungata attiva recettori meccanici nella bocca e nella mandibola, che inviano segnali al nucleo del tratto solitario (nel tronco encefalico). Il consumo di alimenti croccanti implica una masticazione più lunga.  Questo processo attiva recettori meccanici nella bocca e segnala al cervello, tramite il nervo vago, che stiamo mangiando. 

Tale stimolazione:

– Riduce la produzione di grelina, l’ormone della fame e aumenta la secrezione di ormoni intestinali  della sazietà come: CCK (colecistochinina), GLP-1 (glucagon-like peptide 1), PYY (peptide YY)

Impatto sul metabolismo del glucosio:

Una masticazione più lenta e prolungata può modulare positivamente la risposta glicemica e insulinica, riducendo i picchi e migliorando il senso di pienezza.

Grelina e leptina:

La masticazione contribuisce alla soppressione della grelina, l’ormone della fame prodotto dallo stomaco. Contestualmente, migliora la sensibilità alla leptina, ormone della sazietà prodotto dal tessuto adiposo.

Attivazione del nervo vago:

Il nervo vago, importante nella regolazione della fame e sazietà, viene stimolato anche dalla masticazione, contribuendo alla regolazione centrale dell’appetito

La nostra predilezione per i cibi croccanti non è solo una questione di gusto, ma coinvolge una complessa interazione di stimoli sensoriali e risposte fisiologiche. 

È per questo che una mela intera sazia più di una spremuta di frutta, sebbene contengano le stesse calorie: la differenza sta nella masticazione e nel tempo di consumo.

Comprendere questi meccanismi può aiutarci a fare scelte alimentari più consapevoli, godendo del piacere del cibo e mantenendo un equilibrio nutrizionale.

Integrare nelle scelte quotidiane alimenti croccanti naturali (come frutta, verdura, frutta secca) può essere una strategia utile per gestire fame e porzioni.

A cura di Dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Latte materno vs latte artificiale: confronto nutrizionale e riflessione consapevole

Quando si parla di alimentazione nei primi mesi di vita, il latte materno è universalmente riconosciuto come il miglior alimento per il neonato. Tuttavia, non sempre è possibile allattare al seno. In questi casi, il latte artificiale rappresenta un’opzione sicura e regolamentata. Ma quali sono le differenze tra i due dal punto di vista nutrizionale e funzionale? E come può un genitore fare una scelta informata?

Latte materno: composizione e benefici unici

Il latte materno è un fluido dinamico, il cui contenuto varia nel tempo (colostro, latte di transizione e latte maturo), nell’arco della giornata e perfino durante la singola poppata. Si compone di : 

Proteine: in una quota inferiore rispetto al latte vaccino (circa 0,9-1,2 g/100 ml), ma altamente digeribile. Il rapporto sieroproteine/caseina è favorevole (70:30), riducendo lo stress renale. Sono presenti anche lattalbumina, lisozima e lattoferrina, con proprietà antimicrobiche e antinfiammatorie.

Grassi: forniscono circa il 50% dell’energia. Il latte è ricco in acidi grassi polinsaturi a lunga catena (DHA e ARA), essenziali per lo sviluppo cerebrale e visivo. Inoltre, i grassi nel latte materno sono meglio assorbiti grazie alla presenza di enzimi digestivi come la lipasi.

Carboidrati: principalmente lattosio, ma anche oltre 200 tipi di oligosaccaridi che nutrono i batteri benefici intestinali (come i bifidobatteri). Questi zuccheri non digeribili modulano l’immunità e proteggono da infezioni.

Micronutrienti e cellule vive: il latte contiene vitamine, minerali, cellule immunitarie, ormoni e fattori di crescita, che non sono replicabili nelle formule artificiali.

Benefici clinici riconosciuti dell’allattamento al seno

– Riduzione del rischio di infezioni gastrointestinali, respiratorie e otiti.

– Miglior regolazione del peso e riduzione del rischio di obesità e diabete.

– Maggiore sviluppo cognitivo (alcuni studi indicano un QI leggermente superiore).

– Minore incidenza di SIDS (morte improvvisa del lattante).

Latte artificiale: evoluzione e composizione

I latti formulati sono detti tali poiché derivano da una formulazione per avvicinarsi il più possibile al profilo nutrizionale del latte materno, utilizzando prevalentemente latte vaccino modificato, in quanto se restasse tale avrebbe degli apporti o troppo elevati ( quota proteica e di grassi) o troppo carente (grassi buoni e micronutrienti). Ma da cosa è composto e cosa viene modificato ? 

Proteine: adeguate per quantità e digeribilità (1,2–1,6 g/100 ml). Il rapporto sieroproteine/caseina è variabile (60:40 o 50:50) per adattarsi ai fabbisogni, per questo sono presenti le diverse formulazioni (latte 1,2,3) 

Grassi: aggiunta di DHA e ARA, oli vegetali e talvolta latte intero. Tuttavia, la biodisponibilità dei grassi è inferiore, poiché mancano le lipasi e i globuli lipidici naturali.

Carboidrati: generalmente lattosio, ma alcune formule usano amidi o maltodestrine per ridurre l’osmolarità.

Additivi: arricchite con vitamine, ferro, prebiotici (GOS, FOS), probiotici (L. reuteri, B. lactis), nucleotidi e antiossidanti.

Pur non replicando le componenti bioattive del latte materno, i latti moderni sono regolamentati a livello europeo e garantiscono la crescita e lo sviluppo del bambino.

Quando il latte artificiale è necessario? 

Non sempre allattare al seno è possibile o indicato. Alcuni casi:

– Ipogalattia persistente o agalattia.

– Terapie farmacologiche incompatibili con l’allattamento.

– Infezioni materne (es. HIV nei Paesi in cui non è garantita la sicurezza dell’allattamento).

– Problemi emotivi o relazionali importanti per la mamma.

– Rientro al lavoro senza possibilità di estrazione e conservazione del latte.

In questi casi, il latte artificiale è una risorsa fondamentale, non un fallimento. Ciò che conta è il benessere del bambino e della madre dettato da una scelta informata e supportata. 

Il latte materno è insostituibile per composizione e benefici, ma il latte artificiale è oggi un’alternativa sicura e nutrizionalmente completa. La scelta tra allattamento e formula deve essere rispettosa della storia e delle necessità di ciascuna famiglia.

Il ruolo dei professionisti della salute è offrire informazioni scientificamente fondate, ma anche ascolto, empatia e supporto pratico. 

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Creatina: oltre lo sport, un alleato per uomo e donna nella vita quotidiana

Quando si parla di creatina, la mente corre subito a pesi, muscoli e sportivi. Ma negli ultimi anni, numerosi studi scientifici hanno evidenziato come questo composto naturale vada ben oltre il fitness, offrendo benefici anche per la salute quotidiana, sia nell’uomo che nella donna.

Cos’è la creatina?

La creatina è una molecola prodotta dal nostro corpo (fegato, reni, pancreas) e presente in carne e pesce. Si concentra nei muscoli, ma anche nel cervello e in altri tessuti. Agisce come una fonte rapida di energia cellulare, soprattutto durante attività intense e brevi.

Funzionalità nella pratica quotidiana

1. Energia e performance cognitiva

Diversi studi (Avgerinos et al., 2018) suggeriscono che la creatina può migliorare la memoria, la concentrazione e la funzione esecutiva, soprattutto in condizioni di stress mentale, insonnia o in soggetti con diete vegetariane/vegane.

2. Supporto nella salute femminile

Nelle donne, soprattutto in fase di gravidanza, allattamento o menopausa, la creatina può sostenere il metabolismo energetico, la composizione corporea e persino il tono dell’umore (Smith-Ryan et al., 2021). È utile anche nel contrastare la perdita di massa muscolare associata all’invecchiamento (sarcopenia)

3. Neuroprotezione

La creatina mostra effetti protettivi sul sistema nervoso e viene studiata come coadiuvante in malattie neurodegenerative come Parkinson e SLA. Migliora la resistenza alla fatica mentale e fisica (Kreider et al., 2017).

4. Salute ossea e metabolica

Alcune evidenze indicano un possibile ruolo della creatina nel migliorare la densità minerale ossea e nel sostenere l’equilibrio glicemico, con potenziali benefici anche per chi è a rischio di diabete tipo 2 o osteoporosi.

Chi può trarne beneficio? 

– Studenti o lavoratori con alta richiesta cognitiva  

– Donne in fasi ormonalmente delicate  

– Anziani a rischio sarcopenia  

– Vegetariani/vegani  

– Persone con stanchezza cronica o stress

Modalità d’uso

La dose più studiata è 3–5g al giorno di creatina monoidrato. È sicura se assunta con regolarità, in soggetti sani, e non comporta danni renali in chi ha una funzionalità renale normale (Poortmans & Francaux)

La creatina non è solo uno “strumento per atleti”, ma un vero e proprio supporto funzionale per la salute e il benessere generale. Integrarla consapevolmente nella vita quotidiana, sotto supervisione di un professionista, può fare la differenza per uomini e donne, a ogni età.

A cura di Dott.ssa Mariaconcetta Cariello

Un percorso nutrizionale di successo? È il tuo approccio che fa la differenza

Dovrei iniziare un dieta ma: “avrò sicuramente fame”, “non ci riuscirò mai”, “ come farò senza dolci”’ “non dovrò mangiare niente”, “chissà se potrò mangiare una pizza

Sappi che queste e tante altre frasi che dici a te stess* minano il tuo percorso nutrizionale, perché sono capaci di indurti all’auto sabotaggio.

Innanzitutto mi piace parlare di percorso nutrizionale e non di dieta per due motivi: la dieta in senso lato ad oggi è un termine molto inflazionato a cui è facilmente associabile il significato di rinuncia, privazione, restrizione e non quello letterale ovvero stile di vita. Mi piace parlare di percorso nutrizionale perché un percorso prevede una costruzione ed è quello che faccio quotidianamente in studio: costruire insieme nuove abitudini alimentari e scardinare tutti quei concetti, idiomi e metafore senza un fondamento e base scientifica che, come già detto, possono indurti all’auto sabotaggio.

Quale è il tuo obiettivo?

Parti da questa domanda, quali sono le tue necessità? Hai delle patologie modulabili e responsive all’alimentazione? Vuoi incrementare o ridurre il tuo peso? Hai bisogno di una educazione alimentare?

Ognuno di questi prevede un differente percorso e un differente approccio e magari per alcuni di questi le frasi sopra citate non hanno ragione di esistere. Questo è anche parte del percorso nutrizionale: capire effettivamente se potrebbero esserci delle difficoltà, identificarle e trovare strategie risolutive.

Solo una cosa resta in comune a tutte: perché lo stai facendo? Cosa ti aspetti? Cosa può cambiare in positivo nella tua vita? Ognuno avrà una motivazione diversa e un beneficio diverso a cui aspirare e per ognuno c’è un percorso specifico e una costruzione personale del piano nutrizionale.

“Ma ne ho fatte tante, mi sono sempre fermat*

Ok, questa non è una sconfitta, ma un ottimo punto di partenza, “perché ti sei fermat*? Quali sono stati i tuoi punti deboli?” Hai mai riflettuto su questo ? Quanto hai vissuto quella “dieta” ricevuta? L’hai fatta tua? L’hai personalizzata o è rimasto l’ennesimo foglio nel cassetto?

Ecco un approccio corretto prevede l’uscita dalla passività e l’ingresso nell’attività , essere attivi, partecipi e protagonisti del proprio percorso nutrizionale fa sì che impari ad ascoltarti, a capire le tue difficoltà, i punti deboli ma anche i punti di forza su cui fare leva.

Cosa si intende essere attivi ?

Significa essere presenti, dare all’alimentazione quella priorità in più nella tua quotidianità, dalla spesa, alle scelte alimentari, all’organizzazione della giornata fuori casa alla settimana, alla comprensione vera del momento di convivialità, alle scelte, ai gusti personali e a godere ogni giorno quello che porti in tavola. Il cibo oltre al suo valore di nutrimento ha anche un valore edonistico e conviviale e questo non devi mai dimenticarlo !

Scrivimi per raccontarmi la tua esperienza

A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

Ecco cosa non dovresti fare nei primi mille giorni del tuo bambino

I primi 1000 giorni di vita di un bambino rappresentano una finestra cruciale per lo sviluppo fisico, cognitivo e comportamentale. Le scelte alimentari compiute in questo periodo possono influenzare la salute del bambino per tutta la vita.

Ecco 5 azioni da evitare per garantire una crescita sana e armoniosa:

1) Evitare il latte vaccino prima dei 12 mesi

Il latte vaccino ha un contenuto proteico circa triplo rispetto al latte materno e contiene meno ferro e acidi grassi essenziali. Somministrarlo prima dei 12 mesi può sovraccaricare i reni del neonato e aumentare il rischio di anemia e obesità infantile. È preferibile optare per il latte materno o formule specifiche per lattanti fino al primo anno di vita.

2) Limitare i grassi saturi e privilegiare i grassi buoni

I grassi sono fondamentali per lo sviluppo cerebrale del bambino, ma è importante scegliere quelli giusti. Evitare l’eccesso di grassi saturi, presenti in burro e carni grasse, e preferire grassi insaturi come quelli contenuti in olio extravergine di oliva, frutta secca, avocado e pesce che supportano anche sviluppo neurologico e visivo.

3) Non aggiungere sale agli alimenti

Il sale in eccesso può abituare il bambino a sapori troppo salati, aumentando il rischio di ipertensione in età adulta. È consigliabile evitare l’aggiunta di sale nei cibi dei bambini e utilizzare erbe aromatiche per insaporire le pietanze.

4) Evitare bevande zuccherate

Succhi di frutta, tè e bevande gassate contengono zuccheri aggiunti che possono aumentare il rischio di obesità e carie dentali. È preferibile offrire acqua ed educarli al consumo di frutta fresca, che soddisfa il naturale desiderio di dolcezza del bambino.

    5) Promuovere una colazione completa ogni mattina

    La colazione è un pasto fondamentale che fornisce l’energia necessaria per affrontare la giornata. Abituare il bambino a consumare una colazione equilibrata aiuta a stabilire abitudini alimentari sane e a migliorare la concentrazione e l’umore.

      Conclusione

      Adottare queste semplici pratiche nei primi 1000 giorni di vita del bambino può avere un impatto significativo sulla sua salute futura. Educare fin da subito a scelte alimentari consapevoli è un investimento per una vita sana.

      A cura di dott.ssa Cariello Mariaconcetta Biologa Nutrizionista

      Quella voglia di dolce dopo i pasti: comprendiamola

      Quella voglia di dolce che arriva la sera, dopo i pasti, è solo un abitudine o potrebbe avere un significato metabolico?

      Iniziamo dal valutare quante volte capita in una settimana ?

      I motivi di questa “voglia” possono essere entrambi, magari associati tra loro generando un circolo difficile da spezzare perchè quando parliamo di dolci e zuccheri, per la loro modalità di azione sul tuo metabolismo e sul sistema di ricompensa è facile che più ne mangi e più il tuo corpo ne desidera, portandoti ad una richiesta continua.

      Ma non è impossibile.

      Esiste quindi una motivazione metabolica dettata dalla carenza o dall’eccesso di carboidrati nel corso della tua giornata e una motivazione emotiva dettata dal tuo sistema di ricompensa volto alla produzione di serotonina e dopamina, i tuoi ormoni del piacere e del buon umore !

      E come innalzarli se non con un bel dolcetto? Questa è la risposta automatica che il tuo corpo mette in atto al bisogno ma hai diversi modi per chiederti se è quella giusta!

      Osserva le tue abitudini giornaliere e se alcune possono essere modulate diversamente fallo!

      Sicuramente quella frequenza settimanale di voglia potrà diminuire !

      MOTIVAZIONE METABOLICA

      Si associa a tutte quelle abitudini giornaliere, messe in atto in maniera inconsapevole che sono capaci di modulare la risposta glicemica e quindi la richiesta di carboidrati:

      PASTI INCOMPLETI

      CARBOIDRATI DI BASSA QUALITÀ

      ASSUMERE POCHI GRASSI

      POCHI CARBOIDRATI, RINUNCE E ALIMENTI LIGHT

      ASSUMI POCA FRUTTA E VERDURA

      Ognuna di queste azioni è capace di modulare negativamente la risposta glicemica e non assicurare quell’equilibrio di cui hai bisogno ogni giorno ad ogni pasto!

      MOTIVAZIONE EMOTIVA

      È quella voglia di dolce che non scaturisce da risposte metaboliche ma dalla tua emotività e così il pomeriggio in ufficio cerchi quel dolcetto e la sera sul divano cerchi quel biscottino, non c’è fame, non c’è brontolio, non c’è urgenza, c’è solo quel desiderio di appagamento, di coccola, di riempire un vuoto, di consolare quella stanchezza e frenesia giornaliera, quell’umore che va un po’ giù dettato a volte dalla noia, dalla stanchezza o dal bisogno di affetto e cura per se stessi.

      Se anche provi queste sensazioni dopo i pasti è il caso di approfondire l’argomento !

      A questo link puoi, inserendo un indirizzo mail valido, scaricare una guida per la sua gestione!

      Non perdere questa opportunità !

      Ti aspetto anche nei commenti per parlarne insieme.

      A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista

      Adattamento metabolico? Ecco come superarlo!

      Dopo diversi mesi di riduzione dell’apporto calorico, è comune sperimentare un rallentamento o un arresto nella perdita di peso, noto come “stallo metabolico”. Questo fenomeno è spesso attribuito all’adattamento metabolico, un meccanismo fisiologico in cui il corpo riduce il dispendio energetico per conservare energia, rendendo più difficile la continuazione della perdita di peso nonostante un apporto calorico costante o ridotto.

      Per contrastare questo adattamento, l’introduzione di nuovi stimoli metabolici può essere efficace. Strategie come:

      – la ciclizzazione dei carboidrati, che alterna giorni ad alto e basso contenuto di carboidrati, possono “riattivare” il metabolismo, migliorando la sensibilità insulinica e promuovendo la lipolisi.

      – un’alimentazione a basso contenuto di carboidrati (Diete Low Carb) può essere un nuovo stimolo metabolico,

      – Il digiuno intermittente e la dieta cheto genica sono altri stimoli nuovi ma vanno ben contestualizzati e personalizzati in relazione all’aderenza di ogni soggetto.

      – In ultimo ma non meno importante e da valutare in relazione alla storia ponderale del paziente, soprattutto per chi viene da tante diete drastiche e privative esiste la Reverse Diet, che prevede un graduale incremento calorico per ripristinare i fabbisogni e la funzionalità metabolica. I tempi e l’organizzazione si personalizza con il paziente.

      In tutti i casi vi è sempre anche una rimodulazione della quota di grassi giornalieri.

      Diete Low-Carb e Sensibilità Insulinica

      Tutti questi approcci prevedono un basso contenuto di carboidrati, in quanto è stato dimostrato che tale riduzione migliora la sensibilità insulinica, al contrario una resistenza insulina si oppone al processo di dimagrimento. Uno studio su pazienti obesi con diabete di tipo 2 ha riportato una significativa riduzione dell’HbA1c e un miglioramento della sensibilità insulinica dopo 24 settimane di dieta low-carb. In modelli murini, una dieta low-carb ha migliorato l’attività delle proteine della via dell’insulina, come IR, IRS1 e AKT, e ha aumentato l’attività dei complessi mitocondriali e della via AMPK.

      Attivazione dei Recettori Lipolitici: i protagonisti del dimagrimento

      La riduzione dei carboidrati riduce la secrezione di insulina, un ormone che inibisce la lipolisi. Con livelli di insulina più bassi, si osserva un aumento dell’attività della lipasi ormone-sensibile (HSL), favorendo la mobilizzazione degli acidi grassi dai depositi adiposi.

      E i restanti nutrienti ?

      Come già anticipato è importante anche considerare la qualità e la quantità dei grassi consumati e monitorare attentamente la risposta individuale, poiché alcune evidenze suggeriscono che un’assunzione molto bassa di carboidrati potrebbe avere effetti negativi in individui sani.

      Anche l’apporto proteico quotidiano va rimodulato in relazione all’attività fisica del soggetto e alla sua quantità di massa magra al fine di fornire il giusto supporto metabolico quotidiano. Oltre alla giusta ripartizione settimanale di ogni fonte proteica.

      Considerazioni

      È importante sottolineare che queste strategie, sono temporanee, non possono essere considerate “stile di vita” in quanto il loro obiettivo è quello di fornire un nuovo stimolo metabolico ma momentaneo, devono inoltre essere personalizzate e monitorate da professionisti della nutrizione, considerando le esigenze individuali e gli obiettivi specifici. L’integrazione di nuovi approcci dietetici può rappresentare un valido strumento per superare lo stallo metabolico e continuare il percorso verso una composizione corporea ottimale. Non intraprendere pertanto in autonomia questi cambiamenti nutrizionali.

      A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello, Biologa nutrizionista

      Cibo, parole e famiglia: la genesi dei disturbi alimentari in Età Pediatrica

      Mangia tutto o niente dolce!” – Quante volte l’abbiamo sentito (o detto)?

      Dietro le parole che pronunciamo a tavola si nascondono messaggi che i bambini assorbono più in profondità di quanto immaginiamo. Ma cosa succede quando il linguaggio, i gesti e le abitudini della famiglia iniziano a plasmare – senza volerlo – un rapporto difficile con il cibo?

      Il Ruolo delle Parole dei Genitori

      Le parole che i genitori utilizzano nei confronti dei propri figli possono avere un impatto significativo sul loro rapporto con il cibo. Frasi come “Sei diventata cicciottella” o “Se vai avanti così, ingrasserai come tua zia” possono minare l’autostima del bambino e creare un’associazione negativa con l’alimentazione. Al contrario, incoraggiamenti positivi e commenti neutrali sul cibo possono favorire un rapporto sano con l’alimentazione.

      L’Educazione Alimentare in Famiglia

      L’educazione alimentare inizia a casa. I bambini apprendono osservando le abitudini alimentari dei genitori. Un ambiente familiare che promuove pasti regolari, una varietà di alimenti e un atteggiamento positivo verso il cibo può prevenire lo sviluppo di disturbi alimentari.

      L’Influenza dei Modelli Genitoriali

      Gli stili genitoriali influenzano il comportamento alimentare dei bambini. Uno stile autoritario, caratterizzato da regole rigide e poca espressione affettiva, può portare a un bisogno di controllo e a comportamenti alimentari disfunzionali. Al contrario, uno stile permissivo può causare difficoltà nell’autoregolazione e impulsività, aumentando il rischio di disturbi come il Binge Eating Disorder.

      Il Cibo come Strumento Emotivo

      Utilizzare il cibo come premio o punizione può instaurare un rapporto emotivo disfunzionale con l’alimentazione. I bambini possono iniziare a mangiare in risposta a emozioni negative, sviluppando abitudini alimentari scorrette che possono perdurare nel tempo.

      Il modo in cui parliamo, educhiamo e condividiamo il cibo a casa può diventare il primo atto di prevenzione.

      I disturbi alimentari non si riconoscono solo dai numeri sulla bilancia, ma nascono anche da parole ripetute, sguardi silenziosi, regole implicite.

      Partecipa alla diretta Instagram in collaborazione con pedagogista dott.ssa Rossella Attivissimo per esplorare il legame tra educazione familiare, parole e alimentazione.  

      Scopri strumenti pratici, risposte concrete e nuovi modi per costruire un ambiente nutrizionalmente sano e affettivamente sereno.  

      Lunedì 5 Maggio alle ore 18: Segna la data e unisciti alla conversazione: la prevenzione comincia da casa.

      A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello, Biologa Nutrizionista

      Il Diabete Gestazionale: uno sguardo d’insieme

      Diverse volte in studio sento future mamma con un normale incremento di peso e condizioni di salute ottimali a cui è stato riferito di eliminare i carboidrati, e nel caso in cui ci fosse il diabete cosa dovrebbe eliminare ? 

      In questo caso la giusta informazione e conoscenza fanno da padrone: il diabete gestazionale è una forma di diabete che si sviluppa durante la gravidanza, solitamente intorno alla 24ª-28ª settimana. Si verifica quando il corpo non è in grado di produrre abbastanza insulina per mantenere normali i livelli di zucchero nel sangue, a causa degli ormoni prodotti dalla placenta che interferiscono con l’azione dell’insulina. La placenta produce ormoni che, sebbene utili per il corretto sviluppo del bambino, hanno anche l’effetto di ridurre l’efficacia dell’insulina (resistenza insulinica). L’insulina è un ormone che permette al glucosio di entrare nelle cellule per fornire energia. In una donna con diabete gestazionale, la quantità di insulina prodotta dal pancreas non è sufficiente a superare gli effetti di questa resistenza, con conseguente aumento dei livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia).

      Sebbene solitamente sparisca dopo la nascita del bambino, le donne che hanno avuto diabete gestazionale sono ad un rischio maggiore di sviluppare il diabete di tipo 2 in futuro.

      Fattori Predisponenti al Diabete Gestazionale

      Alcuni fattori aumentano il rischio di sviluppare il diabete gestazionale, questi includono:

      1. Obesità e Sovrappeso: Le donne con un indice di massa corporea (IMC) elevato prima della gravidanza sono a rischio maggiore di sviluppare diabete gestazionale.

      2. Età Avanzata: Le donne di età superiore ai  35 anni, hanno una probabilità maggiore di sviluppare questa condizione.

      3. Storia Familiare di Diabete: Le donne con una storia familiare di diabete (in particolare diabete di tipo 2) sono più suscettibili.

      4. Storia di Diabete Gestazionale: Le donne che hanno avuto diabete gestazionale in una gravidanza precedente sono a rischio più elevato di svilupparlo nuovamente.

      Quando c’è il desiderio di una gravidanza è opportuno considerare questi fattori e adottare misure preventive, rivolgendosi a specialisti del settore. 

      Rischi Correlati al Diabete Gestazionale per la Mamma e il Bambino

      Il diabete gestazionale, se non adeguatamente controllato, comporta diversi rischi: 

      I principali per la mamma includono: 

      • un aumento della probabilità di sviluppare ipertensione e pre-eclampsia, condizioni che possono ulteriormente complicare la gravidanza.
      • un rischio più elevato di sviluppare diabete di tipo 2 nel corso della vita, poiché l’insulino-resistenza può persistere anche dopo il parto.

      Per il bambino, i rischi sono: 

      • macrosomia, ovvero un peso eccessivo alla nascita, che può rendere il parto più difficile e aumentare la possibilità di necessitare di un parto cesareo.
      • l’ipoglicemia neonatale, che può verificarsi subito dopo la nascita a causa dell’adattamento del bambino ai livelli di insulina elevati durante la gravidanza. 
      • Un rischio maggiore di sviluppare diabete di tipo 2 in età adulta.

      Come gestire il diabete con l’alimentazione?

      La gestione del diabete gestazionale è essenziale per ridurre i rischi per la madre e il bambino. Un’alimentazione sana e bilanciata gioca un ruolo cruciale nel controllo della glicemia. Ecco alcuni consigli pratici:

      1. Pasti bilanciati e frequenti: È importante mangiare pasti regolari e bilanciati, con porzioni controllate, per evitare picchi e cali improvvisi di zucchero nel sangue.

      2. Preferire carboidrati complessi: I carboidrati complessi, come quelli contenuti in cereali integrali, legumi, verdure e frutta fresca, vengono digeriti più lentamente e non causano rapidi aumenti dei livelli di glicemia. È importante evitare carboidrati semplici (come zuccheri raffinati, dolci e bevande zuccherate), che causano rapidi picchi glicemici.

      3. Controllo delle porzioni: Essere consapevoli delle porzioni è fondamentale. Utilizzare il piatto della salute (un piatto bilanciato composto da una metà di verdure, un quarto di carboidrati e un quarto di proteine) può essere un buon metodo per controllare la quantità di cibo consumato.

      4. Alimenti ricchi di fibre: La fibra alimentare aiuta a rallentare l’assorbimento degli zuccheri e a migliorare il controllo glicemico. Verdure, legumi, avena e frutta fresca sono ottime fonti di fibre.

      5. Attività fisica moderata: L’esercizio fisico regolare aiuta a migliorare la sensibilità all’insulina e a mantenere stabili i livelli di zucchero nel sangue. È importante consultare il proprio medico prima di intraprendere qualsiasi programma di esercizio durante la gravidanza.

      6. Monitoraggio glicemico: Il monitoraggio regolare dei livelli di glucosio nel sangue è fondamentale per tenere sotto controllo la condizione. In alcuni casi, potrebbe essere necessario l’utilizzo di insulina o farmaci orali, sotto la supervisione del medico.

      Gestire il diabete gestazionale non è solo una questione di monitorare il livello di zucchero nel sangue, ma anche di adottare uno stile di vita sano che includa un’alimentazione equilibrata e attività fisica. Con l’approccio giusto, le donne con diabete gestazionale possono affrontare la gravidanza in modo sereno e ridurre i rischi per la loro salute e quella del bambino.

      Hai vissuto la tua gravidanza con diabete gestazionale o ne eri a rischio ? Racconta la tua esperienza nei commenti🙂

      A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello