
Viviamo in una società in cui si corre, si produce, si deve “resistere”. E in tutto questo, l’emotività — soprattutto se fragile — sembra non avere spazio. Eppure, siamo esseri emotivi per natura. In un contesto fatto di tensioni, aspettative e instabilità, molte persone trovano rifugio nel cibo.
Ma perché succede? E cosa accade davvero dentro di noi?
Essere emotivamente fragili: non è debolezza, è realtà
La fragilità emotiva non è una colpa né una condizione da giudicare. È spesso il risultato di un vissuto stressante, di traumi non elaborati, o semplicemente di una sensibilità profonda. Questa fragilità, se non ascoltata e compresa, può portare a meccanismi compensativi. Uno dei più comuni? Il cibo.
Quando la quotidianità pesa troppo
Tra lavoro, famiglia, cura di sé, relazioni e incertezze del presente, le giornate diventano faticose. Lo stress cronico stimola il rilascio di cortisolo, un ormone che, a lungo andare, può aumentare il desiderio di cibi ipercalorici e ricchi di zuccheri, come mostrano numerosi studi (Yau & Potenza, 2013; Adam & Epel, 2007).
Il cibo come strategia di coping
Mangiare non è solo un atto fisiologico. È spesso un modo per “tamponare” un’emozione negativa. Rabbia, tristezza, ansia, solitudine: tutte emozioni che il nostro cervello può imparare a gestire attraverso l’assunzione di cibo, creando un legame condizionato (Macht, 2008). Il piacere legato a determinati alimenti (comfort food) stimola il rilascio di dopamina e serotonina, dando un senso di sollievo… ma solo temporaneo.
Quando l’alimentazione smette di essere sana
Questo uso “emotivo” del cibo può interferire con la salute, il peso e la relazione con il proprio corpo. Si sviluppa un rapporto disfunzionale in cui il cibo è nemico e rifugio allo stesso tempo. Questo schema, se reiterato, può sfociare in veri e propri disturbi del comportamento alimentare o in un’alimentazione impulsiva, fuori controllo, spesso seguita da sensi di colpa e restrizioni.
Cosa fare: consapevolezza e supporto
Per uscire da questo ciclo non servono diete restrittive. Serve un percorso integrato di ascolto e consapevolezza. Il supporto psicologico può aiutare a identificare le emozioni, riconoscerle e dar loro voce senza “anestetizzarle” con il cibo. Allo stesso tempo, un accompagnamento nutrizionale empatico e personalizzato aiuta a ricostruire un rapporto sereno con il cibo, restituendogli la sua funzione originaria: nutrire e dare energia.
Mangiare è anche un atto emotivo. E va bene così. Il problema non è cedere ogni tanto, ma usare sempre il cibo come unica via per sopravvivere emotivamente.
Se ti riconosci in queste dinamiche, sappi che non sei sol* e che c’è una via diversa: più consapevole, rispettosa e gentile.
A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello – Biologa Nutrizionista
