
Nel percorso oncologico, ogni scelta può fare la differenza. L’alimentazione è una di quelle. Non parliamo solo di “cosa mangiare”, ma di come il supporto nutrizionale strutturato possa incidere concretamente sulla qualità della vita, sull’efficacia delle terapie e sul recupero.
Perché l’alimentazione è così importante durante la malattia oncologica?
Il cancro e le terapie oncologiche possono compromettere lo stato nutrizionale, ridurre l’appetito, alterare il metabolismo e aumentare il rischio di malnutrizione. Secondo l’ESPEN (European Society for Clinical Nutrition and Metabolism), fino all’80% dei pazienti oncologici sviluppa uno stato di malnutrizione durante il percorso di cura. La perdita di peso, in particolare della massa magra, è associata a prognosi peggiori, maggiore tossicità delle cure, più complicanze chirurgiche e minore risposta ai trattamenti.
Quali sono i rischi di un’alimentazione non adeguatamente seguita?
– Malnutrizione e cachessia
– Maggiore rischio di infezioni e ritardi nella guarigione
– Minore tolleranza alle terapie (chemio, radio, chirurgia)
– Aumento della fatigue (stanchezza cronica) già presente in molti pazienti
– Peggioramento della qualità della vita
E i benefici di un supporto nutrizionale?
– Migliore risposta ai trattamenti
– Mantenimento del peso e della massa muscolare
– Riduzione degli effetti collaterali
– Maggiore autonomia e benessere psico-fisico
– Supporto alle difese immunitarie
Perché è fondamentale essere seguiti da un nutrizionista?
Perché ogni paziente ha un percorso unico: il piano alimentare deve essere personalizzato, adattato alle fasi di malattia, agli effetti collaterali delle terapie, alle abitudini e alle emozioni legate al cibo. Il nutrizionista, inoltre, educa il paziente all’ascolto del proprio corpo, aiutandolo a riconoscere segnali di fame/sazietà, adattare le scelte alimentari e a non cadere in informazioni fuorvianti o diete anti-cancro spesso presenti sul web.
L’educazione terapeutica è la chiave.
Non si tratta solo di dare indicazioni, ma di accompagnare il paziente con empatia, rendendolo parte attiva del suo percorso. Lavorare sul suo empowerment significa migliorare l’aderenza e aumentare l’efficacia a lungo termine. Questa là si può garantire lavorando sulla personalizzazione del piano nutrizionale in modo da renderlo affine con i gusti e le abitudini del paziente. Si possono inoltre adottare tecniche di auto-monitoraggio: diario alimentare, diario dei sintomi o delle emozioni poiché aiutano il paziente a riconoscere progressi e ostacoli, rendendolo più consapevole.
Infine: il follow-up
La malattia evolve, così come lo stato nutrizionale. I controlli periodici permettono di ri-equilibrare il piano alimentare, monitorare i parametri clinici, sostenere il paziente anche nel post-cura, riducendo il rischio di recidive e favorendo un ritorno alla quotidianità in modo sano ed equilibrato. Questi sono anche un momento di valutazione della costanza e dell’aderenza alle indicazioni ricevute e offrono la possibilità di rimodulare in base alle necessità.
Ti aspetto nei commenti per condividere la tua esperienza o quella di un tuo familiare e per rispondere alle tue curiosità in merito.
A cura di dott.ssa Mariaconcetta Cariello
